La rivista Portales

«Fin dal momento della sua prima progettazione, “Portales” è stata definita, dai molti partecipanti alle riunioni in cui si cercava di chiarire la sua fisionomia, “la rivista dei giovani”». Con queste parole si esprime Giovanni Pirodda nell’editoriale che apre il primo numero, e la vita ormai decennale, della rivista Portales, nell’agosto 2001. Continua poi così l’editoriale: «In questa prospettiva realmente essa è stata ideata e voluta anche dal gruppo di docenti del Dipartimento di Filologie e Letterature moderne  (alcuni dei quali assai meno giovani) che hanno incoraggiato e sostenuto l’iniziativa».

Portales nasce dunque nel 2001 nell’ambito universitario delle facoltà umanistiche, sotto l’impulso e l’intuizione di Giovanna Cerina, il cui ingegno e la cui amicizia mi è qui caro ricordare. Diretta da Giovanni Pirodda e con la vicedirezione di Duilio Caocci, Portales ha una folta redazione composta da giovani docenti, ricercatori, dottori, dottorandi, studiosi. Edita per i primi due numeri dall’editrice Poliedro, la rivista è, dal terzo numero e fino ad oggi, pubblicata da AIPSA Edizioni.

Una rivista giovane in quanto non solo rivolta ai giovani, ma in quanto giovani studiosi costituiscono parte cospicua e propulsiva della redazione della rivista, benché non manchi la partecipazione e la guida di docenti, maestri, intellettuali e studiosi di più matura età. Giovani che sono legati eminentemente, dal punto di vista della ricerca e degli interessi scientifici e intellettuali, al Dipartimento di Filologie e Letterature moderne  dell’Università di Cagliari che ne dà il patrocinio, e al dottorato che vi è collegato. Una rivista di studi soprattutto letterari è dunque Portales, anche se con una rilevantissima attenzione alle altre arti e al cinema. Lo sguardo letterario è rivolto ai problemi e alle espressioni più diversi  e prende corpo soprattutto nella sezione Saggi. Saggi che si raccolgono e si coagulano, di numero in numero, attorno a un interesse tematico scelto e definito (la guerra, il limite, la trasposizione di codice semiotico, regole e trasgressione…..).

Una sorta di palestra, di alto livello, in cui studiosi diversi, propongono riflessioni ed elaborazioni su temi e problematiche letterarie, testuali e della testualità, anche con prospettiva metodologica  differente, a seconda dei vari percorsi di studio e degli interessi personali di ciascuno. Fermo restando che è il fenomeno e i fenomeni letterari ciò che la rivista ha primariamente a cuore e che costituisce il suo interesse ed obiettivo primario.

Ho detto poc’anzi palestra per giovani, ma tale definizione è ben lungi da essere esaustiva: se infatti Portales offre ai giovani possibilità di diffondere e far conoscere i risultati della loro ricerca, ciò avviene pur dentro un progetto e un obiettivo culturale ben riconosciuto e programmato. E che è quello di  gettare collegamenti molteplici. Innanzitutto quello di  proporre un contatto fra mondo dell’Accademia, sia pure nella sua componente per lo più giovanile, e il mondo intellettuale più in generale, con particolare sguardo al mondo della Scuola e degli insegnanti, e va inoltre a questo proposito notato che un buon numero dei redattori e collaboratori di Portales gravitano in diverse maniere nel mondo della Scuola. Un ponte che, specie nel nostro Paese, è sempre più auspicabile, per colmare divari e diffidenze reciproche, spesso di lunga data; e prendere invece esempio da alti paesi, penso alla Francia per esempio, dove l’osmosi fra queste due sezioni dell’istruzione è più frequente e da più lungo tempo assestata. Ne guadagnerebbero entrambi i lati di questo rapporto che si auspica felice e di agile presa.

L’altra relazione che il progetto culturale di Portales vuole allacciare è quella fra la letteratura e le altre arti, rapporto curato e collocato soprattutto nella sezione Eventi. Significativamente in una sezione così denominata: in quanto tale relazione fra campi della creatività non vuole essere studiata come oggetto di interesse in sé e per sé: la rivista resta eminentemente una rivista letteraria, nel senso tutto propriodi rivista di studi letterari e sulla letteratura. Il rapporto con le altre arti vuol esser visto invece come fatto e dato di attualità, come segnalazione, ma soprattutto come riflessione intorno ad accadimenti, eventi appunto, d’ambito artistico prevalentemente evenienti in Sardegna. In questo senso e in questa sezione Portales rivendica una dimensione di militanza, pur pacata, e dismette l’abito più severamente accademico per gettarsi nel mare dell’accadere, dove va alla ricerca di episodi significativi di interazione fra letteratura e arte, col proposito di segnalare al suo target, al suo pubblico, fatti di rilievo per la vita culturale, soprattutto regionale pur con respiro ampio. Segnalo fra gli eventi discussi e riportati, la legge regionale sul cinema, l’evento FestArch tenutosi recentemente a Cagliari, il conferimento della laurea honoris causa a Maria Lai, il convegno internazionale  “Cantami di questo tempo” dedicato alla poetica letteraria e musicale di Fabrizio De André, la manifestazione Time in jazz con intervista a Paolo Fresu; il centocinquantesimo anniversario della nascita di Mozart.

È bene a questo punto  sapere che Portales ha alle spalle una associazione che porta lo stesso nome (Portales appunto) promotrice e attuatrice essa stessa di eventi culturali, anch’essi per lo più letterari, ma di apertura ampia nei confronti dell’attualità e alla, ripeto, militanza culturale, tesa a sottolineare quando non direttamente a creare, nonché a portare all’attenzione del pubblico intellettualmente curioso, accadimenti di fenomeni che costituiscono tasselli importanti del fare culturale del presente, di una regione e di una città che scopre in sé fermenti attivi e la capacità di evocarli e di concretizzarli nella propria materia mentale e attiva.

Ne vien fuori una prospettiva al medesimo tempo innovativa e tradizionale, nel senso che si rifugge il nuovismo o la ricerca di ciò che fa effetto eclatante ma spesso effimero. Questa linea editoriale e fattiva insieme, cerca piuttosto i segni, i fenomeni e gli eventi che abbiano e dimostrino una solidità di fatto, magari meno visibili, ma suscettibili di una riflessione meditata. Ri-pensare Mozart per esempio, pur nell’occasione di un anniversario, significa nei contributi presentati, ripensare, fra l’altro, i rapporti fra linguaggio musicale e linguaggio poetico, individuare nel linguaggio musicale un’inopinata capacità di invertire il significato del testo di partenza o l’ideologia affermata e assestata in cui il testo o l’ipertesto si colloca. Discutere sull’evento di FestArch, anche attraverso interviste, significa riflettere e acquisire conoscenze e ri-diffonderle in relazione a un’attività progettuale, al rapporto città territorio, al rapporto dell’architettura con la più ampia dimensione sociale in maniera tale da poter/dover andare oltre l’evento festival e non costringere le intenzioni di chi lo ha organizzato pensato e attuato, dentro le strettoie dell’evenemenzialità dell’evento stesso, e contribuire invece a spargerne i germi e i fermenti. Allo stesso modo parlare di Fabrizio De André non significa fare facili mescidazioni fra il colto e l’effimero, ma, così come è stato nel convegno a lui dedicato, acquisire, in forma se non inedita certo non assiduamente frequentata, materiali che non sempre e non facilmente si offrono a una riflessione accademica, ma che a tale riflessione vogliono con decisione essere ricondotti. Ed anche in questo caso si tratta del rapporto privilegiato musica-parola: fatto che slarga le spesso logore definizioni e circoscrizioni del concetto medesimo di letteratura. Così come era stato, e qui ripeto, a proposito dell’anniversario mozartiano. Niente di celebrativo: o meglio, partendo da uno spunto celebrativo e/o di cronaca culturale, si giunge a intessere dialoghi fecondi attraverso uno spazio ampio della produzione culturale.

 

Ritorniamo però alla sezione saggistica, che è quella che a mio parere, caratterizza meglio la nostra rivista e le conferisce il miglior grado di qualità. Ho già detto che questa sezione è impostata su di una ragione tematica. Sulla scelta di un tema intorno a cui si coagulano i diversi interventi e saggi proposti ai lettori.

Orbene attraverso il setaccio tematico che orienta di volta in volta le diverse proposte saggistiche, si introducono e si veicolano prospettive e direzioni eccedenti le costrizioni tematiche: il tema proposto che dovrebbe/vorrebbe già essere una definizione cui adeguarsi, finisce per risultare invece, per e dall’apporto di ciascun collaboratore, un qualcosa da ri-definire e precisare, una cornice generale da riempire e cui attribuire alcune accezioni possibili.

D’altra parte, ed anche di converso, ciò non vuol né va a significare, per ciascun collaboratore che interviene nella rivista, né una costrizione né uno scantonamento rispetto alla scelta tematica, ma costituisce invece una possibilità di orientare linee critiche e di ricerca secondo una determinata prospettiva: ciò che, a mio parere ed anche, se me lo si consente, per mia esperienza, costituisce una prospettiva ed un indirizzo del tutto positivo che riorienta il già detto verso considerazioni impensate, e comunque induce a proseguire e (ri)elaborare e infittire su di un argomento, riflessioni che si sarebbero pensate, da parte degli autori ma anche di eventuali lettori, già esaurite e sistemate. Impostazione assolutamente feconda dunque e  elasticamente e virtualmente rinnovabile e riscrivibile all’infinito. La scelta tematica o tematologica, se si vuole, promuove insomma ulteriori elaborazioni concettuali su prodotti di ricerca già, in genere, altamente definiti.

Un tema come quello della guerra permette, per esempio e fra l’altro, di rivedere un tema come quello dei testi di Bono Giamboni, autore poco frequentato peraltro, da una prospettiva specifica, quella della guerra interiore; di insistere sulla psicologia come anche agonismo all’interno di una discussione più ampia sulla guerra e sulle sue devastazioni, così che l’io diventa il campo di una battaglia anche feroce devastante, come ogni guerra è. Ma allo stesso tempo propone ed aggiunge al panorama tematico una prospettiva inusitata e non frequente né frequentata: non ci sono solo le guerre militari in senso stretto, ma anche guerre interiori per le quali non può che sfruttarsi un repertorio noto, la descrizione bellica, con fini morali e psicologici. Il che va oltre la mera dimensione psicologico-allegorica, così come va oltre il mero tematismo bellico, e genera oggetti di pensiero nuovi.

Sempre in ambito tematologico segnalerei il n° 8 dedicato, nella sezione saggistica al tema “limite e trasgressione”. Tema che, nonostante la definizione e la proposizione a tutta prima, non è dedicato a questioni filosofiche o morali o politiche. È dedicato invece tutto a quel limite che è costituito, costitutivo ed intrinseco dal linguaggio, incapace di poter dire tutto il significato che nelle intenzioni si vorrebbe comunicare;  ma che è pure, il linguaggio, e quello poetico primariamente, la scappatoia per uscire da tale limite, in quanto trasgressione rispetto ai suoi stessi limiti: il che, vorrei aggiungere, mi pare slargare e travalicare i limiti stessi di quel che noi siamo adusi pensare e chiamare poetica e letteratura. Tanto più se pensiamo alla serie di saggi qui compresi, tutti di carattere metalinguistico e metaletterario che caratterizzano la sezione di questo numero: si va da interventi sul linguaggio e sulla sua insufficienza nella tragedia greca, e sulle riflessioni sull’uso linguistico e sullo stile di Giordano Bruno quale supporto primario e perfino costitutivo della trasgressione del linguaggio scolastico antiquato che inibisce la vie euristiche ed ermeneutiche in direzione di acquisizioni conoscitive più nuove e libere, per arrivare fino alla agiografia, che ricostituisce ex novo antiche narrazioni mitiche limitandosi e trasgredendole con eccedente eccezione, o alla commistione dei generi nella letteratura  popolare inglese quale infrazione del canone letterario paludato e assestato, che permette di attingere dimensioni psicologiche inusitate e inattese. Ed ancora la traduzione letteraria, al tempo stesso prigione ed evasione, a seconda dell’uso che se ne fa e dell’ingegno che la usa e che permette la fondazione di nuova letteratura e di nuove maniere. Così come attenzione al binomio limite/trasgressione non può non esserci quando si tratta dei fenomeni dell’avanguardia e delle riflessione che essa fa, come è stato nel Novecento, sui mezzi che la produttività artistica impiega.

Tutto ciò però non è affrontato, dagli autori dei diversi contributi che ho citato, con taglio teorico né tanto meno teoretico. Il tutto resta nel solco di un’analisi letteraria di singoli testi e/o fenomeni letterari. Ma la riflessione teorica nasce in controluce proprio dall’analisi pratica e direi pure filologica dei testi in oggetto. Un segno della maturità acquisita dai tempi odierni, dopo tanto furore teorizzante, ma con la fruttuosa messa a frutto di tali furori, stemperati ma proprio per questo vivacissimi. In questo senso può dirsi che la nostra rivista si fa militanza critica, e in doppio senso: sia perché usa gli strumenti critici in modo maturo, sia perché si fa critica implicita dei metodi critici.

Benché tutto ciò non sia  una novità in assoluto, e seppure Portales non teorizzi, almeno apertamente, su ciò (ma le sedute di redazione sono tanto spesso una fucina dinamica di proposizioni dialettiche), sebbene ciò, dico, il dynamos della rivista crea novità, la sottende al lettore. E soprattutto contribuisce a un campo, questo sì frequentato, quello della tematologia, che trova difficoltà a definirsi, e che, specificamente, si definisce, all’interno della teoresi letteraria, proprio nel suo farsi e (auto)proporsi, timidamente o sfacciatamente. Frutto non repentino, questo fare, ma che ha invece alle spalle una scuola e la sua dinamica, i suoi tentativi, le sue ansie: quale la Scuola del dottorato, cui la rivista spesso si rapporta e da cui attinge energie, che alla comparazione letteraria, alla tematologia e alla teoretica del testo ha dedicato assai delle sue eergie, che qui trasbordano e trasudano.

 

Anche la veste esterna e grafica di Portales costituisce un aspetto non secondario di questa rivista. Innanzitutto le dimensioni, un po’ eccentriche rispetto alla norma, forse eccedenti, e qualcuno potrebbe dire anche controproducenti sotto il profilo pratico, nel senso del maneggio materiale dei volumi della rivista, che costringono il lettore a una postura fisica nel tenerli materialmente in mano, cosa che si traduce poi in postura e atteggiamento mentale che può trasformare la scomodità oggettiva in sottile piacere. E tuttavia queste dimensioni ne costituiscono una caratteristica di visibilità, contrassegnando un prodotto che non vuole essere puramente accademico, pur restandolo pienamente. Forse un vezzo, qualcuno potrebbe anche dire, ma non certo una volontà snobistica, forse il segnale, anche questo, di un collegamento: con riviste d’arte, con riviste militanti, con un pubblico curioso, che non ama solo le biblioteche, ma che vuole riversarle sul mondo e che pensa l’intellettualità come un’azione: un pubblico, se non sta male dirlo, meno accigliato e più fresco che desidera forme nuove. Questo formato originale e meno solito, e magari estroso, ma contenuto ed elegante, costituisce un segnale in più di proposizione e una strizzatina d’occhio ai lettori. Ma l’aspetto grafico non si ferma qui. V’è ben altro: il contenuto di immagini che sempre corredano tutti i numeri di Portales costituisce una parte cospicua della rivista, un materiale non più di parole ma di foto, di disegni, di grafie varie, di riproduzioni di oggetti e manufatti artistici. Certo tutto ciò impreziosisce esteriormente, di volta in volta, i diversi volumi, dà loro una leggerezza che fuoriesce dalla monotona pagina stampata di parole e frasi. Ma costituisce pure un contenuto in più, una proposta di ulteriori contenuti culturali e intellettuali per i lettori che si pongono in dinamica interattiva. In tale scelta l’estetica del supporto materiale, ossia i fogli rilegati in volume e così impreziositi, si congiunge con una scelta estetica di tipo più immateriale e discorsiva. Logica.

 

La sezione Lingue culture merita poi particolare attenzione. Questa sezione è un po’ un ponte gettato fra cultura sarda e culture altre, minoritarie e marginali o no che esse siano. Alla Sardegna è dedicato comunque uno spazio cospicuo e su molte dimensioni e interessi: ancora una volta certo quelli letterari, importanti per esempio le note di G. Pirodda su testi e strumenti bibliografici per ricostruire e in certa misura costruire la storia dell’attività letteraria in Sardegna, o la rassegna bibliografica relativa a Grazia Deledda offerta da Piero Mura. Ma ampio spazio è dato pure a problemi d’altre culture in qualche modo eccentriche, senza però che questa eccentricità sia sottolineata o inseguita. Si tratta di trovare esperienze consimili a ciò che in Sardegna  si va facendo o su cui si va riflettendo. Uno spazio che esce, almeno in parte, dalla   tematica strettamente letteraria (che per altro continua a esservi ben presente) per affrontare tematiche culturali diverse sul filo di una prospettiva interdisciplinare. Troviamo discussioni e proposte sulla musica popolare sarda con una prospettiva etnomusicologica, interventi demologici sulle feste popolari isolane, accostate a interventi sulla pittura vascolare greca fra antropologia e semiotica; si discute dell’esistenzialità intrinseca alla scrittura plurilingue e dell’identità multipla; si presentano rarità e inediti. Una sezione più leggera rispetto alle altre, che non significa certo meno seria. Una sezione che affronta con competenza e con attiva partecipazione allo stesso tempo temi diversi con più brio e con maggior disinvoltura. E connette la riflessione più rigorosamente e strettamente accademica con una tematica interdisciplinare, fitta però di interconnessioni rispetto a quanto viene proposto nella sezione saggistica, e che a questa serve di stimolo per far in modo di centrare i saggi letterari su una prospettiva più ampia e più ricca.

Non va infine dimenticata una sezione ampia e impegnata di recensioni: anch’esse essenzialmente con attenzione letteraria, rivolte però non solo alla critica o alla  saggistica, ma pure alla letteratura attiva: romanzi, poesia, traduzioni, premi letterari, riviste, convegni.

 

Dunque una rivista accademica e con forte caratterizzazione scientifica, ma col piglio, ripeto, di una militanza culturale che infrange limiti troppo spesso costrittivi di una certa tradizione, e comunque animata dall’intento di collegare quanto si studia ed è oggetto della ricerca scientifica e universitaria con un mondo culturale più ampio, con la società civile colta che si pone problemi sul senso di far cultura nel mondo e nell’esistenza. Una rivista che ha il pregio di guardare e analizzare l’attività e la problematica letteraria e intellettuale della Sardegna, senza cadere nel regionalismo, ma anzi assecondando e al promuovendo gli esiti di questa felice stagione della cultura sarda, che oggi matura emancipandosi da uno sguardo eccessivamente rivolto a sé ma col timore di essere sé e in sé, per acquisire sempre più un sé maturo che può guardare l’altro e gli altri dalla propria intima e più radicata specola.

Maurizio Virdis

 

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