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Prefazione al Vocabolario Italiano- Sardo campidanese di GIOVANNI CASCIU

Cagliari, Grafica del Parteolla, 2009.

 

Quando, diversi anni fa, ebbi l’onore e il piacere di presentare a Cagliari il Vocabolario Sardu campidanesu Italianu di Giovanni Casciu, conclusi il mio intervento con l’auspicio che l’Autore volesse affrontare la fatica inversa: quella di allestire un vocabolario Sardo campidanese-Italiano, mettendo a frutto il lavoro appena concluso e rendendo così un servigio culturale alla lingua sarda e ai Sardi stessi, in particolare i più giovani.

Questo auspicio è felicemente diventato realtà. Una realtà di molto valore.

La lessicografia sarda conta ormai infatti un buon numero di validi lavori, anzi talvolta eccellenti, in una tradizione che vanta già più di un secolo: dai lavori dello Spano e del Porru, a voler tacere dei primi tentativi del Madao, per arrivare poi al capolavoro di Max Leopold Wagner, il Dizionario Etimologico Sardo (DES) e a diversi lavori più recenti, fra i quali andrà certo ricordato il Ditzionàriu de sa limba e de sa cultura sarda di Mario Puddu. Tuttavia nei tempi ultimi, se si eccettuano alcuni tentativi di diseguale valore, sono mancati dizionari Italiano-Sardo, mentre gli sforzi e i risultati migliori si sono concentrati sui dizionari monolingui sardi o sul versante Sardo-Italiano.

Questo vocabolario di Giovanni Casciu viene dunque a colmare una mancanza e sopperisce a una necessità. Si tratta di un dizionario che comprende più di 25.000 lemmi; esso, esemplato sui migliori dizionari italiani d’uso, propone la traduzione sardo campidanese di ciascuna voce in entrata, per molte delle quali sono riportate varianti lessicali diverse, spesso accompagnate da esemplificazione mediante sintagmi o frasi che chiariscono il valore semantico particolare, si veda p. es., le voci Sbieco, CarneBettola:

 

Sbieco agg. sbiàsciu, tortu  – un muro s., unu muru tortu; nella loc. “di s.”, de sbiàsciu – guardare di s., casiai de sbiàsciu.

 

Bèttola, s.f. osteria, steria, taverna, buttega de binu, piola (t.gerg. di Cagliari) – frequentare le b., frequentai is osterìas; – discorsi da b., arrexonamentus de osteria.

 

Carne, s.f. 1. parte muscolare del corpo dell’uomo, carri, pruppa – essere bene in c., èssiri in pruppas; c. viva, carri  bia; – sono proprio io, in c. e  ossa, seu propiu deu, in persona; – le tentazioni della c., is tentazionis de sa carri   2. carne degli animali  usata come alimento, pezza  – c. di bue, di  maiale, di pollo, pezza de boi, de porcu, de  pudda; – non è né c. né pesce, no est ni pezza e ni pisci.

 

I diversi valori della voce italiana in entrata sono invece contrassegnati, quando è il caso, da numero progressivo in evidenza e quasi sempre avvalorati da esemplificazione appropriata. Si veda, p. es., l’articolo relativo alla voce Camera e quello relativo alla voce Proiettare:

 

Camera, s.f. 1. ambiente interno di  un  edificio per abitazione, aposentu  – c. da  pranzo, da letto, aposentu de prandiri, de lettu (de corcai); – c. mobiliata, aposentu alasciau; – veste da c., guardabì; – un appartamento di tre camere e cucina, un’appartamentu de tres  aposentus e coxina  2. Ambiente o spazio delimitato, riservato per usi specifici, camera  – c. di punizione, c. di  sicureza, c. mortuària, camera de castigu, camera de seguresa, camera  mortuària  3. spazio chiuso in cui si svolge un processo fisico o chimico o di altra natura, camera – c. oscura, c. di scoppio, camera d’aria, camera oscura, camera de scoppiu, camera d’aria  4. organo collegiale con  potere   consultivo, deliberativo o  legislativo, Camera (con iniziale maiuscola) C. dei   deputati, C. di  Commercio, Camera de is  deputaus, Camera de Commerciu.

 

 

Proiettare, v.tr. 1. lanciare, imbrillai, spondiri  – nell’incidente il pilota  fu proiettato fuori dalla macchina  in corsa, in s’ incidenti su pilota nci fut spondiu a foras  de s’automobili in cursa  2. emettere un fascio di luce  – gli proiettò sul volto la luce della torcia, nci dd’hiat imbrillau  a facci sa luxi de s’accia elettrica; – l’albero proietta la sua ombra sulla terrazza, sa mata proiettat s’umbra sua in su terrazzu  3. riprodurre su schermo diapositive e immagini di una pellicola, proiettai, fai biri – ci ha fatto vedere il filmino del suo ultimo viaggio e delle stupende diapositive, s’hat fattu biri su filmixeddu de s’urtimu viaggiu suu e diapositivas meravigliosas.

 

o quello relativo alle voci Ronzare e Ceppo:

 

Ronzare, v.intr. 1. emettere il rumore che fanno alcuni insetti volando, amuinai, zumiai, frusiai – le api ronzano intorno ai fiori, is abis zumiant a ingiriu  de is froris  2. (fig.) mulinare, frusiai  – è da ieri che mi ronza  nella testa  quest’idea, est di arisei chi megat a mi frusiai in conca cust’idea; – r. intorno a una ragazza, arrodiai a ingiriu de una picciocchedda.

 

Ceppo, s.m. 1. parte inferiore del tronco di  un albero, ciocco, cozzina  – mettere un  c. sul fuoco, pòniri una cozzina in su fogu  2. grosso pezzo di  tronco reciso  e pareggiato, per vari usi, cippu, truncu  – c. per le decapitazioni, cippu po is degogliaduras; – c. da macellaio, cippu de carnazzeri 3. capostipite  di una  famiglia, origine di una stirpe, arrazza, stripa, erenzia, arremporiu  – essere di antico ceppo, essiri di arremporiu antigu  4. pl. arnesi di legno o di ferro per serrare i piedi ai  prigionieri, griglionis  5. (fig.) persona stolta, tarda, cozzina.

 

La necessità cui risponde questo lavoro, oltre che essere oggettiva in se stessa, si fa sentire con maggiore impellenza nei tempi odierni: oggi che, purtroppo, la lingua sarda è sempre più minacciata e vede assottigliarsi viepiù il numero dei suoi parlanti, in misura rilevante soprattutto fra le giovani generazioni urbane e/o scolarizzate. Se un vocabolario monolingue sardo, o anche in certa misura un vocabolario Sardo-Italiano, risponde essenzialmente alla necessità e allo scopo della conservazione del tesoro lessicale della lingua, un dizionario italiano-sardo ha principalmente lo scopo di permettere con maggior agio e semplicità l’acquisizione o il controllo del lessico sardo non tanto ai non Sardi, quanto ai Sardi stessi e in particolar modo a quanti, fra i Sardi, hanno una conoscenza ormai labile della loro lingua, una conoscenza, magari solo passiva, ridotta alle parole più comuni e familiari, alle espressioni più trite e corrive; esso è un forte corroborante ed un commutatore per quella conoscenza non dico minima, ma anzi minimale che ingenera assai spesso la falsa coscienza del Sardo come lingua povera e senza strumenti espressivi. Si potrà così verificare e (ri)scoprire quante parole il lessico sardo contempli anche per significati relativamente ai quali oggi si inclina supinamente verso gli italianismi, per la disabitudine ormai acquisita di non servirsi del Sardo al di fuori delle esigenze e dei registri più pragmatici, al di là dei quali o ci si esprime in Italiano o dell’Italiano si è tributari. Si vedano i seguenti esempi tratti dal presente vocabolario:

 

Abbacchiamento, s.m. 1. atto dell’abbacchiare, scutuladura 2. stato di  depressione, annungiu, avvilimentu, abbattimentu.

Aspirazione, s.f. 1. vivo desiderio, aspirazioni, punna, disigiu  – avere molte a., tèniri medas aspirazionis  2. l’atto di aspirare, tirada, suspidu.

Audacia, s.f. coraggiu, prontu, alidanza, azzardu – ha avuto l’audacia d’insultarmi, hat tentu su prontu de mi offendiri.

Brama, s.f. spéddiu, arràngulu, gana manna  – b. di  ricchezze, di  sapere, speddiu di arricchesas, de sciri.

Cavillo scusa, arreghescia, pinnica, arrezzallu  – ha cercato c. per non andare alla festa, hat circau arreghescias po no andai a sa festa

Cérnita, s.f. cérrida, sceru, scioberu  – fare una cernita accurata, fai unu sceru scrupulosu.

Distensione, s.f. distensioni, asseliu  – la d. degli arti, dei nervi, sa distensioni de is arremus, de is nerbius; – la d. degli animi, s’asseliu de is animus

Depressione, s.f1. zona che  si trova  a livello inferiore a quello del mare o delle regioni circostanti, basciura  2. stato di prostrazione fisica e psichica, scoramentu, abbattimentu – avere momenti di grave d., tèniri momentus de scoramentu mannu.

Diffusione, s.f. diffusioni, spainadura  – la d. di un giornale, sa diffusioni de unu giornali; – l’inglese è una lingua di larghissima d., sa lingua inglesa est spainada in totu su mundu.

Diffuso, agg. diffùndiu, spainau, spartu.

Distrazione, s.f. sbéliu, distrazioni, spreviu  – l’ho fatto per d., dd’hapu fattu po distrazioni; – hai troppe d., tenis troppu distrazionis; – a  fine settimana avrò diritto a  un po’ di d.! ,a cou de cida hap’a tèniri derettu a unu pagu de spreviu!

Divérbio, s.m. briga, contienda, abbettia, certu – venire a d., certai, brigai; – nacque un gran d. fra loro, fiat nasciu unu certu mannu intre issus.

Doglianza, s.f.  chèscia, lamentu – esprimere le proprie d. sul conto di qualcuno, espressai is proprias chescias contra de calincunu.

Eccellere, v. intr. estremai, propassai  – eccellere  nel campo della  musica, estremai in su campu musicali; – eccelle sugli altri per maleducazione, propassat is aterus po scurreggimentu.

Eccelso, agg. e s.m. primorosu, soberanu le sue e. virtù, is virtudis primorosas  suas;– l’Eccelso, su Soberanu, Deus; – gloria a Dio negli eccelsi, gloria a Deus in is celus.

Eccentricità, s.f. stramberia, stravaganzia  – è noto a tutti per la sua e., ddu conoscint totus po sa stravagànzia sua.

Eccentrico, agg. strambu, strambeccu  – un uomo, un comportamento e., un’omini, unu cumportamentu strambu.

Eccepire, v.tr. oppòniri, oppugnai  – non  ho nulla  da e., no tengiu  nudda de oppòniri;– la difesa desidera e.?, sa defensa bolit oppugnai?

Eccitare, v.tr. scinizzai, insuzzuligai  – e. l’appetito, insuzzuligai s’appetitu; – bevande, cibi che eccitano, bevidas, mandiaris chi scinìzzant.

Eguagliare, v.tr. 1. rendere uguali, livellare, pareggiare, ugualai, agualai  – e. un primato, ugualai unu primatu; – la morte eguaglia tutti, sa morti ugualat a totus  2. rendere uniforme, apparixai – e. una siepe, e. l’erba di un prato, apparixai una cresuri, s’erba de unu pardu.

Elencare, v.tr. allistai, elencai, fai sa lista de   – e. gli  iscritti al partito, fai sa lista de is iscrittus a su partidu; – e. i  volumi della  biblioteca, allistai is librus de sa biblioteca; – e. le virtù de una persona, elencai is virtudis de una persona.

Estasi, s.f. estasi, incantu, axeliu, incantamentu  – andare in e. davanti a un quadro, andai in axeliu ananti de unu quadru;

Grinta, s.f. cilla, azza, alidanza – un atleta che ha g., un’atleta chi tenit alidanza; –una g. da far paura, una cilla de fai a timiri.

Impulso, s.m. impulsu, impulsioni, frénia  – dare i. all’ industria, al commercio, all’arte, donai impulsu a s’industria, a su commerciu, a s’arti; – gli è venuto l’i. di  scrivere poesie, dd’est benida sa frenia de scriri poesias; – mi venne l’i. di prenderlo a schiaffi, mi fut  beniu s’impulsu de ddu pigaia bussinadas.

Indagare, v.tr.e  intr. averiguai, investigai, scruccullai, speculitai, spriculai  – i. su  una rapina, intorno a un delitto, averiguai  asuba de una fura, a ingiriu de unu delittu; – i. le cause di un fenomeno, speculitai  is motivus  de unu  fenòmenu; – i. i  misteri della  natura, speculitai is misterius de sa natura

Indagine, s.f. averiguazioni, averiguadura, scruccullu  – i. storica, statistica, di  mercato, averiguazioni storica, statistica, de mercau; – la  polizia ha  concluso le i., sa polizia hat  congruìu is averiguazionis.  

Inerte, agg. 1. di persona, inattivo, inoperoso, ozioso, sfainau, sganiu, preizzosu  – temperamento i., temperamentu sganiu  2. che è in  stato di  quiete, di inerzia, inattivu, inerti  – materia i., materia inerti; – rendere i. una mina, rendiri inattiva una mina.

Inérzia, s.f. 1. la condizione di chi è inerte, sganimentu, inérzia – un periodo di inerzia assoluta, unu periodu de sganimentu totali; – è di un’i. deplorèvole, est de unu sganimentu disalabàbili  2. La tendenza della materia a non modificare il suo stato di quiete o di moto  – andare avanti per i., andai a innantis po forza de inerzia.

Istigare, v.tr. inzulai, istigai  – i. uno alla ribellione, a  commettere un reato, inzulai unu a sa rebellioni, a cummìttiri unu reatu.

Lungimiranza, s.f. abbistesa, previdenzia  – la l. di una legge, sa previdenzia de una lèi.

Lusinga, s.f. imbràmbulu,  imbrìmbinu, frandigu, losinga  – attirare, conquistare con l., attirai, cunquistai cun frandigus; – cedere alle l., arrendirisì a is losingas; – l. d’amore, frandigus di amori.

Lusingare, v.tr. imbrallocai, imbrìmbinai, imbrambulai, frandigai, ingrangulai, ingreghiai, losingai –l. gli elettori, imbrallocai is elettoris;- la sua approvazione mi lusinga, su consensu suu mi onorat.

Lusingatore, agg. e s.m. ingranguleri, ingreghiadori, frandigadori, losingadori  – parole  lusingatrici, fueddus losingadoris; – donna lusingatrice, inviscadora.

Ostinarsi, v.intr. ostinaisì   – o. a negare, a non rispondere, ostinaisì a negai, a no respundiri; siostina a voler avere la ragione, si ostinat a bòliri s’arraxoni.

Ostinatezza, ostinazione, s.f. ostinazioni, barrosìa – o. nel chiedere, nell’insìstere, nel negare, barrosìa in su domandai, in su insìstiri, in su negai.

Ostinato, agg. tostorrudu, accanìu  – è o. come un mulo, est tostorrudu che unu mulu; – giocatore,

fumatore, bevitore o., giogadori, fumadori, buffadori accanìu.

Pegno, s.m. prenda  – dare in p. qualcosa, donai calincuna cosa in prenda; – monte dei p., monti de is prendas; – l’anello di  fidanzamento è un  p. d’amore, s’aneddu de fidanzamentu est una prenda di amori.

Parzialità, s.f. parzialidadi, prazzebas  – non faccio p. per nessuno, no fazzu prazzebas po nisciunus.

Scontroso, agg. angulosu, arrevesciu, arrebeccu, strugnu  – una  persona riservata  e un  po’ s., una persona reservada e unu pagu strugna; – una risposta s., una resposta arrovescia

Sconvòlgere, v.tr. confusionai, conturbai, scuncertai, avolotai, atropegliai, trumbullai  – la traversata mi ha sconvolto lo stomaco, sa traversada m’ hat  trumbullau su  stògumu; – un incontro che ha sconvolto la sua esistenza, un’attoppu chi hat confusionau s’esistenzia sua; – tutte queste novità mi sconvolgono, totu custas novidadis m’atropegliant.

Soverchiare, v.tr. subercai, sorbai, sobrai  – l’acqua  del fiume  soverchiò gli  argini, s’aqua de su frùmini hiat subercau is arginis.

Stesura, s.f. sterrimentu, stérrida, passada  – la  s. di un contratto, sa stérrida de unu cuntrattu; – la prima s. di un romanzo, sa primu sterrida de unu romanzu; –devo fare l seconda stesura del colore, depu donai sa segunda passada de tinta.

Tollerare, v.tr. baliai, tollerai, sopportai  – t. tutte le  religioni e tutti i culti, tollerai tot’is religionis e tot’ is cultus; – un farmaco ben  tollerato dall’ organismo, una mexina tollerada bèni de s’organismu; – non riuscire a t. una persona, no arrenesciri a sopportai una persona; – non t. soprusi, ingiustizie e imposizioni, no tollerai prepotenzias, ingiustizias e imposizionis.

Vantaggio, s.m. vantaggiu, giuamentu, torracontu, profettu, pròi  – sa trarre v. da  ogni situazione, ndi scit recabai giuamentu de dogna situazioni;- se si paga in contanti si ha il v. del 10%, si si pagat in contanti ddui est su sparagnu de su dèxi po centu;- i v. e gli svantaggi  di essere scàpolo, is vantaggius e is disvantaggius di essiri bagadìu; – è arrivato al traguardo con due minuti di v., est lompiu a sa raia cun duus minutus de vantaggiu.

 

Si osserverà una ricchezza lessicale per più d’uno inaspettata o almeno dimenticata; si apprenderà una ricca sinonimia, si verificherà come assai spesso accanto all’italianismo o alla voce culta, sia presente, per un medesimo significato italiano di partenza, anche una o più voci tradizionalmente sarde.

È solo dunque attraverso la frequentazione, la dimestichezza, l’abitudine e comunque la disponibilità di uno strumento di consultazione – di buon valore quale è questo – che si può pervenire a una consapevolezza delle reali possibilità di una lingua, laddove queste restino incerte e sottovalutate, celate dall’oblio.

Se la lingua sarda dovrà, come si auspica, entrare a far parte dei curricula didattici nelle scuole dei diversi gradi e ordini, uno strumento come questo è di primaria importanza tanto per i discenti quanto per i docenti, perché gli uni e gli altri possano rientrare nel più certo possesso di qualcosa che, così tante volte, si staglia sullo sfondo della memoria passiva, senza che si lasci ad afferrare pienamente. Per più d’uno, questo strumento servirà a riattivare una memoria sopita; per molti altri avrà invece l’effetto di una sorpresa: quella della ricchezza di un patrimonio, fatto di parole, più ingente di quanto non lo sospettasse, e con un’estensione, per tante voci in esso presenti, che va al di là delle formule consunte e banali e dei ristretti ambiti di basso registro cui spesso le parole della nostra lingua sono confinate da una condizione sociolinguistica – e socioculturale – di subalternità.

Il vocabolario di Giovanni Casciu è dunque uno strumento importante e utile all’interno del dibattito sulla lingua sarda, e nei confronti dei tentativi che si vanno oggi facendo per il recupero, vivo e non solo accademico, di essa; affinché la nostra lingua venga impiegata anche al di là dei limiti in cui sempre più viene ridotta. Recuperare una lingua – e il suo lessico! – è infatti recuperare una libertà e, insieme, cercare di por fine, o almeno di arginare una marginalità. Significa eminentemente stabilire e riconquistare una segmentazione originale dell’universo del significabile, una specola diversa da cui guardare il mondo, un ulteriore e particolare rapporto con la realtà.

È stato qui raccolto materiale per un dizionario dell’uso rivolto all’attenzione di chi voglia affinare la propria conoscenza del Sardo nella sua variante campidanese (quella che conta, potenzialmente, il numero più elevato di parlanti), o di colui che voglia controllare e verificare la conoscenza che di già possiede. Inoltre, ed è questo un altro dei suoi pregi maggiori, viene attuato, per mezzo del lavoro di Giovanni Casciu, non solo il recupero e la registrazione del lessico tradizionale, ma viene pure censito, acquisito e accettato un lessico nuovo o comunque di innesto più recente: quello derivato dall’introduzione nel patrimonio sardo di italianismi di derivazione e acquisizione moderna e di o più o meno fresca data. È, con ogni evidenza, un settore e un capitolo delicato questo, non certo esente da rischi, qualunque sia il modo con cui si voglia agire nei confronti di questo problema: cioè nei confronti della dilatazione e del rinnovo, così spesso necessario e consequenziale al mutare e al progredire dei tempi, del repertorio delle parole utilizzate e da utilizzare. Si può infatti cadere, a questo proposito, in due diversi e opposti eccessi: o quello di fossilizzare la lingua su di un passato ormai perento e non più rispondente alle necessità reali dell’oggi, rischiando così di fallire nel progetto che miri a un Sardo quale lingua realmente viva e d’uso comune e per ogni ambito d’uso della modernità; oppure, sul versante opposto, si può correre il rischio contrario, che è quello di aprire supinamente la porta all’entrata e all’irrompere in eccesso di voci d’accatto che finirebbero per snaturare la lingua sarda e di farne un’appendice, al più connotata e peculiare, della lingua da cui il Sardo attinge, dell’Italiano. Giustamente ha dunque posto il problema Giovanni Casciu; ed egli è quindi stato pronto ad accettare, nel lessico campidanese, voci che forse potrebbero far storcere il naso al purista.

Ma il rischio di ‘snaturamento’ si evita certamente, quando, nel medesimo tempo in cui si censiscono e si acquisiscono parole nuove ed esogene, si viene a ristabilire e a ricordare anche l’esistenza e quindi l’impiego di parole che invece stanno sulla soglia del nostro patrimonio, ma rivolte verso l’uscita, o che magari tale soglia l’hanno già varcata, e sono perciò andate oramai perdute o stanno per esserlo. Voglio dire insomma che il rischio di snaturamento mediante l’ingresso di voci nuove provenienti dall’Italiano si evita quando si trattengono nel patrimonio lessicale parole che sono in pericolo di esserne sottratte, per logorio, ma soprattutto per un oblio che cede al maggior prestigio della lingua sovraordinata. La compresenza di novità e tradizione favorisce pertanto la vivacità, ma anche l’essere stesso di ogni lingua e la sua dinamica: attraverso questo confronto si può dare infatti luogo a una vera e propria innovazione originalmente creativa della lingua; che è spesso proprio ciò che manca ad ogni idioma che va deteriorandosi e raggiungendo il grado regressivo di ‘dialetto’. E questo tanto più è vero per il Sardo – Campidanese compreso – che, sebbene oggi se ne sia dimenticata la storia, una storia ben la possiede, col suo dinamismo e con i suoi ripensamenti. Ed entro questa storia, se è pur certo e noto che una parte cospicua del lessico sardo è di provenienza iberica (catalana e castigliana), è vero altresì che il Sardo ha avuto un contatto ininterrotto, dal medioevo ad oggi, con la lingua italiana, dalla quale ha tratto non poco del proprio lessico; ed anzi dal secolo XVI fino al principio del secolo XX, l’Italiano ha costituito il serbatoio del registro colto e letterario del Sardo; soltanto in epoca più recente, a cominciare dalla fine dell’Ottocento, si è cominciato a scandagliare il lessico depositato nella intrinseca tradizione sarda e in vigore nell’uso comune e ad utilizzarlo anche in sede poetica e letteraria, non senza fatica, incertezza e ripensamenti. Dunque sarebbe antistorico e controintuitivo negare l’accesso, in un dizionario dell’uso quale questo vuol essere, agli italianismi; e sarebbe stolto scandalizzarsene o farne bersaglio di censura: tanto più che non di rado accanto alla voce o alle voci italiane vengono registrati gli equivalenti sardi più tradizionali, magari con indicazione e specificazione dei diversi valori semantici che sono attribuibili all’una o all’altra voce.

 

Allestire un dizionario è dunque anche tutto questo: non è mera compilazione e raccolta, è anche scelta e programma. Scelta e programma tanto più difficili per il Sardo che non ha alle proprie spalle una vera tradizione di intervento regolatore e normativo, o che solo episodicamente lo ha avuto, e che questo vocabolario Italiano-Campidanese, approntato dal Casciu, invece contribuisce a compiere.

Se certo è vero che un dizionario di per sé solo non può fare tradizione, in questo senso specifico, né supplirne la mancanza, è pur vero certamente che esso costituisce un avvio, una presa di coscienza e di posizione: un vocabolario è più che un suggerimento, e può comunque, come nel caso presente, costituire un sicuro punto di partenza, di riferimento e di confronto.

 

Un altro problema che l’Autore si è proposto di definire è stato quello della variante del Campidanese da scegliere: la soluzione proposta è quella di non avere optato per nessuna subvarietà particolare o locale del Campidanese, l’Autore invece qui preconizza uno standard per questa varietà meridionale del Sardo, pur se non manca la registrazione di determinate varianti, specie fonetiche, si veda, p. es., la voce Biancospino:

 

Biancospino, s.m. corarviu, coràviu, coàrviu   – il b. fiorisce in  aprile, su corarviu frorit in abrili.

 

Il Campidanese dunque: che è una delle due macrovarianti della lingua sarda, una di quelle che non può non contribuire in maniera determinata alla formazione di una lingua unitaria di impiego, e che comunque deve costituire insieme con l’altra macrovariante, il Logudorese, uno dei poli della correlazione dialettica della sardità linguistica, in vista di un’integrazione armonica di queste due varietà esistenti in gioco; perché io credo che una tale integrazione e unitarietà, per il Sardo, è da pensare e da prevedere come dilatata e spostata nel tempo e da realizzare non immediatamente: ma solo guardando in prospettiva. E dovrà, tale integrazione, essere compiuta e messa in pratica non tanto dagli studiosi o da un movimento dall’alto, ma soprattutto dagli utenti: dagli utenti scelti magari, per qualità e capacità di inventiva e di creatività, di intuito e di intenzione, ovviamente; insomma un’integrazione da attuare nel libero gioco dell’uso e dalle scelte che si sarà capaci di fare: senza in alcun modo imposizioni di sorta, senza predilezioni immotivate o mal motivate per l’una o per l’altra variante: per il Logudorese o per il Campidanese; gli studi e gli studiosi, gli artisti e i parlanti assennati potranno semmai controllare questo processo, o indirizzarlo; potranno proporre suggerimenti e stimoli appropriati, ma non dovranno sostituirsi alla libertà di un gioco che ha dimensioni più vaste della linguistica o della lessicografia medesime. E questo tanto più nella prospettiva per la quale se anche si può auspicare una lingua sarda sovra locale, una “lingua tetto”, questa non dovrà andare a scapito delle varietà locali, ‘micro’ o ‘macro’ che esse siano, ma queste dovranno convivere dialetticamente con essa ed anzi costituirne la fonte di perenne alimentazione, soprattutto a livello lessicale ed espressivo.

A tal fine questo lavoro può già costituire un contributo prezioso.

maurizio virdis

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Benvenuto Lobina. Narratore e poeta.

maurizio virdis

 

***

Nella storia
letteraria della modernità sarda, nel suo rinnovarsi, nel suo sperimentare, un
posto di tutto rilievo spetta certamente a Benvenuto Lobina. Se la sua
produzione poetico lirica si inserisce nel solco di una tradizione, anche
recente, della poesia in lingua sarda, ma con l’aggiunta, tanto spesso, di una
originalità metrica e tematica che è andata via via raffinandosi e
sperimentandosi, la sua produzione narrativa segna quasi un incipit nella storia della letteratura
sarda/in Sardo; perché se il romanzo Po
cantu Biddanoa
non può dirsi la prima scrittura di prosa narrativa in limba, certamente è la prima di grande
respiro e di sicura qualità d’arte.

Vissuto fra il
1914 e il 1993, nativo di Villanovatulo nel Sarcidano, Benvenuto Lobina fa le
sue prime prove poetiche fin dall’adolescenza e nella prima giovinezza aderisce
al movimento futurista. Milite nell’Africa italiana, perde, già da prima della
guerra di Spagna, la sua fede nel fascismo, che come tanti giovani di allora lo
aveva illuso. Gli anni Cinquanta e Sessanta sono i più fecondi per la sua
produzione in versi;  e diverse sue
poesie appaiono su La Nuova Sardegna, a
Sassari infatti Benvenuto ha stabilito da anni la sua residenza. Nel 1974
pubblicherà, per la Jaca
Book, la sua raccolta di poesie dal titolo Terra, disiperada terra, riedita poi
dalle Edizioni della Torre nel 1992, col titolo Is cazonis, cui ai componimenti della prima edizione, ne vengono
aggiunti altri due: No m’arrechedi’ ni
pane
e Canzoni nuraxi. Nel 1984
termina il romanzo Po cantu Biddanoa
che vince il premio “Casteddu de Sa fae” di Posada, il romanzo viene pubblicato
nel 1987, con versione italiana a fronte, dalla sassarese 2D Editrice
Mediterranea, e ripubblicato poi, nel 2004, a Nuoro, dalla Ilisso Edizioni. Nel 2000,
per l’editrice Poliedro di Nuoro, appaiono tre suoi racconti: il primo, Iacu e su lioni, già edito, gli altri
due, inediti e postumi, sono In d’una dì
’e soli
e Bonas tardas, Magestà’;
quest’ultimo – ci informa Anna Serra Lobina nella nota bio-bibliografica
premessa all’edizione del 2004 del romanzo lobiniano – doveva costituire il
primo capitolo del secondo romanzo di Benvenuto, mai portato a termine; tale
capitolo fu poi adattato dall’Autore in forma di racconto autonomo.

Spirito schivo
di poeta autentico, pluripremiato e riconosciuto nel suo valore letterario,
legato d’amore saldo con la moglie Licia da cui ebbe due figli, Benvenuto
Lobina ha vissuto la più gran parte dei suoi anni a Sassari, ma la sua anima è
sempre rimasta sentimentalmente e fin visceralmente legata alla sua Biddanoa e
alla sua gente. Da Biddanoa traggono linfa e succhi i suoi versi e la sua
prosa.

 Biddanoa, pur da lui riconosciuta nella sua
minutezza e nella sua marginalità, è sempre stata per lui l’ombelico spirituale
del suo mondo interiore.

 

    Il
lirismo epico: tra l’io e il noi.

Il nucleo
poetico attorno a cui si concretizza la scrittura poetica di Benvenuto Lobina è
quello della distanza-vicinanza col proprio paese d’origine, Villanovatulo,
microcosmo e sua patria affettiva. Piccolo mondo da cui poi si diparte una
visione più larga che va ad abbracciare l’intera Sardegna in una considerazione
tanto emotiva, quanto morale, e, almeno latamente, politica. Poesia della
nostalgia e del rimpianto di un mondo che si è perso prima di tutto col
diventare adulto: e dunque poesia dalla tinta esistenziale innanzitutto, della
delusione della vita, quasi dai toni intimisti, fra leopardiani e pascoliani,
se non fosse però che tutto ciò si innerva su considerazioni politiche e sociali
che ne accrescono il respiro, distendendosi su un tessuto metrico
particolarmente innovativo, se non altro in una Sardegna che da qualche
decennio va tentando – e tanto spesso con successo – il suo rinnovamento
poetico letterario per mettersi al passo coi tempi nuovi, con risultati assai
spesso di originalità. E in questa originalità conquistata ben si inserisce il
Lobina  che cuce versi liberi e perfino
‘prosastici’, ma sapientemente modulati su ritmi anche tradizionali che si
intromettono nel disteso colloquiare interiore che rifiuta cadenze troppo
manifestamente ritmate. Se in questo Benvenuto Lobina si avvicinava alla
temperie della modernità e metteva a frutto la sua giovanile esperienza di
poeta futurista, egli tuttavia sapeva trovare una cifra matura e soggettiva che
rendeva il suo dettato metrico assolutamente personale, forse aspro e scabro:
una prosa ritmata, quasi sgradevole si starebbe per dire, ma tuttavia
ammaliante e resa adatta alla necessaria operazione dell’interrogarsi, e da
entrambe le sponde:: dell’emittenza e della ricezione.

Il tema e il
modulo poetico del ricordo innescano la riflessione morale; la lontananza
materiale dal paese e della terra (micro)cosmo si fa distanza morale: distanza
fra l’innocenza dell’infanzia e la disillusione affannata dell’età matura.
Un’innocenza non perduta e conservata solo memorialmente, di cui si è smarrito
il possesso ma non il senso. Ma il ritorno al paese universo e all’innocenza
che ivi è rimasta non è cosa semplice: la terra ritrovata a ritroso è, spesso,
altra rispetto a quella che si era lasciato perché la maturità dell’età e
dell’esperienza ha innanzitutto imposto la consapevolezza del dolore e
dell’impotenza contro il destino: la terra d’infanzia desiderata è ormai una terra disiperada, una terra prostrata e
ormai alterata nella/dalla coscienza:
Ohi, custa ’oxi chi di aillargu/i mi zèrria trista, a sa sighìa./No è sa ’oxi,
custa,/de i’ mèndulas ’n frori accanta ’i òmu
…. Terra,/disisperada terra,/no prus cun i sa ’oxi ’e s’arregodu/de is
annus prus bellus, oi mi zèrrias, ma cun àtara ’oxi,/cun boxi trista siddada ’e
su prantu,/cun sa boxi chi òi – òmini – intendu./Mi zèrrias,/terra, cun i sa
’oxi serregada

È da questa
alterazione comparativa fra la serenità inconsapevole d’antan e la consapevolezza raggiunta nell’oggi dell’òmini che ora si è diventati che scatta
la molla epica della poesia di Lobina. La ‘terra’ di Lobina affonda le sue
radici nel mito fondativo dei ricordi ancestrali, la sua Biddanoa è scritta
nella memoria orale dell’avo che racconta di rapine giuste che sottraggono
ricchezze mal accumulate ai preti avari d’Ogliastra, convertiti al buon cuore
dalla minaccia di una giustizia primordiale e istintiva; di di femmine
campidanesi rapite cui infine piace sa
’idda ’e perda bia: Biddanoa
: ed allora ecco istituite le coppie
primigenie, ecco costruita la chiesa, simbolo del vincolo sociale, ecco dunque
gli elementi che fondano la comunità appena costituitasi. E in questo
componimento epico-lirico, da cui abbiamo appena citato (E cun cantu cuaddus), si dipana la trasformazione che istituisce
l’epicità moderna nel trapassare da una immedesimazione, infantile, che fa
dell’io fanciullo un tutt’uno con le storie e con i protagonisti mitici del
passato (E cun cantu cuaddus eus curtu,/o
nonnu, deu e tui…
), alla distanziazione del senno maturo che rende il
racconto soltanto tale ma pure, insieme, leggendaria e vitale memoria: Nottesta custu ’entu ’e tramuntana,/nonnu,
m’ind’a bettiu/s’annìgridu ’e tottu ’s cuaddus/de is istorias chi mi
contàsta/sèzzius in bìngia a s’umbra ’e cudda figu.

E dunque il
lirismo del mito. Da questa miticità emana il grido della sua terra che, pur
ormai disperata e afflitta, continua a chiamarlo. Ma non più con la certezza
serena del mito, ma, appunto, col grido addolorato degli emigranti, dei caduti
sul lavoro partiti per guadagnarsi la vita in miniera, del duro lavoro di chi è
rimasto; col grido dell’ennesimo mort’a
balla
, per il quale l’io lirico chiede, alle donne di paese, non attitidus misti di paganesimo e di una
cristianità, fatta di rosari e pregadorias,
che diluisce, attraverso la routine rituale, la memoria storica nella memoria
mitica: no! Perché questo morto ammazzato, custu
mortu scuminigau
questo povero cristo martire-testimone suo malgrado, in
civile e virile vera cristianità, alle ‘sue’ donne pèdidi sceti/di èssi s’ùrtimu mort’a balla. Tutto ciò in un paese
dove le case, durante il temporale, sembrano stringersi l’una all’altra
impaurite, e in cui chi è sveglio pare morto senza che si arrivi a sapere se
aspetti anch’egli di morire oppure aspetti, nell’oscurità, chi pàssi callincunu imbruncunendu/cun is ferrus in brazzus,/o
callicunu chi s’ada a arrui/scigurau a ananti ’e s’enna
. Un paese di vinti,
di uomini spauriti, sprexuirius. C’è
la speranza? C’è comunque l’auspicio, nel pieno senso del termine, che si
esprime, per esempio nella canzone E
candu verenu e sànguni
, attraverso il gesto epico ancestrale di succhiare
la rabbia trattenuta (sa ’oxi tua ’e
dimòniu
) di un mortu scarèsciu,
schiantato dalla fatica della sconfitta, sì che questa voce di demone si faccia
sussulto e canto del riscatto collettivo. Coscienza della parola, della parola
d’impegno sociale che si disciolga nella comunità quale forma semplice e
primordiale e coagulo dell’azione persuasa. Esprimere, esprimersi: questo manca
ai vinti: e vinti li lascia. Questo è il tema dell’ultima canzone di Lobina, Canzoni nuraxi, dove l’idea – l’Idea –
dei primi abitatori di questa terra ora disisperada,
di quest’Isola non detta, non si è fatta parola, non si è affiancata
all’abilità costruttiva dei giganti megalitici, perché non è stata accompagnata
da fueddu’ de profetas, né da fueddu’ de dottus, né da conzillus, o semingiu o trastus; sì
che le parole pur pronunciate non sono state compiute, e son rimaste fueddu’ non cumprius che era bregùngia lassai a i’ benidoris, perché
parole solo “del pane, dell’acqua, del riparo”. E allora tale parola il poeta, bagamundu fattu de perda ’e molla, dovrà
recuperarla dalle labbra dei fratelli, contemporanei, dell’oggi, eredi di tali
antenati, fratelli che trasfondano e trasfigurino in parola compiuta, in
poesia, e tramite il poeta, le mani abili e mirabili dei costruttori di nuraghi
e il loro sangue antico che ancor oggi giunge e scorre nelle vene e rimbomba e
stordisce, e le rendano parola compiuta: coscienza di sé e in pari tempo
riscatto. Sembra essere questa – in tale via vai poetico di Benvenuto Lobina
fra io e noi – la risposta che egli dà a se stesso, alla domanda che,
inespressa, aveva/si era posto nella precedente canzone No m’arrechèdi’ nì pani, canzone di viaggio e di sradicamento de logu tristu a logu tristu, canzone di
un rinnovellamento impossibile di un io che scutu
spollitu de circuvròngias fingius
(‘scagliato nudo da falsi arcobaleni’)
vuol chiudere la porta alla memoria: infatti aberendu camminera’ ch’attruèssinti sonnus/nèttu che i su primu ap’a
movi a ciccai stellas
e andrà a ndi
furai su primu mangianu ’e su mundu
. Ma è solo un’illusione: le strade si
perdono nella notte, il cielo è basso ed egli, nel suo andare, lascia comunque
tracce, mentre i suoi passu’ pèrdius,
svegliano pietre scritte; passi che ndi
stùdanta sa làntia accanta ’e s’artari,/s’ùrtimu steddu, una cara, is sonnus
tuus e i’ mius
tutto si spegne. Il sogno, disilluso, dell’abbandono
immemore, la pena esistenziale – così magistralmente detta dal poeta con tocco
metaforico simbolista, perturbantesi in un descrivere espressionista, e con
metrica sublimemente irregolare, fatta di versi lunghi che si compongono di
emistichi di diversa misura che, disseminati, trasformano il parlato prima in
ritmo e poi mirabilmente in verso – il sogno disilluso dunque trova allora
ragione nel dar parola non già a quest’io anch’esso vinto, ma alla comunità
muta, e sapiente, dei fratelli.

 

 

   Biddanoa:
noi ed io.

Quest’andarivieni,
fra io e noi, proprio della silloge poetica, è linfa essenziale del romanzo Po cantu Biddanoa e qui trova una
coesione e una coerente sintesi: una quiete. Non più l’angoscia della domanda
poetica, ma la distensione che si spalma su un ritmo narrativo sereno e su una
memorialità che comprende e racchiude la soggettività della voce narrante –
controfigura e alter ego dell’autore – e l’oggettività del cosmo paesano, il
suo esser soggetto collettivo sospeso fra l’innocenza sonnacchiosa, quasi senza
memoria, e la storia che comunque (c’) è. Un romanzo corale, Po cantu Biddanoa, incentrato e
ambientato nel periodo storico compreso fra le due guerre mondiali, i cui
eventi riverberano anche nel piccolo mondo di Villanovatulo. Certo la
narrazione ha un protagonista, Luisicu, reduce della prima grande guerra, eroe
semplice e istintivo, pluridecorato e promosso sul campo aiutante di battaglia,
analfabeta. Ma non è di guerra che si parla in questo romanzo: questa semmai fa
da retroscena dell’azione narrativa, affiorando più volte alla memoria del
reduce, memoria dove egli principalmente poggia il suo senso di sé. La vena
epica che scorre nel romanzo è quella della fatica quotidiana nei tempi
difficili, ma densi di cambiamento, del dopoguerra. Luisicu deve soprattutto
imparare a vivere senza più la divisa, cosa assai difficile per lui, visto che,
a causa del suo essere analfabeta, non può più stare, in tempo di pace,
nell’esercito come sottufficiale; e visto pure soprattutto che un vero e
proprio mestiere non ce l’ha. Cosicché si arrangia  a vivere come può, finché lo stato non gli
assegna una pensione di invalidità, per una invalidità, l’epilessia, che egli
non sa di avere o meglio non sa neppure di essersela procurata in guerra quando
un macigno divelto da una esplosione gli è piombato sull’elmetto. Ma è con
carità pelosa che il nascente partito fascista, cui fa comodo avere tra i suoi
iscritti un eroe di guerra decorato e riconosciuto, fa avere all’eroe tale
pensione. E questi, per averla, dovrà tesserarsi al partito, con rimorso non
tanto politico, quanto dovuto al fatto che, così facendo, egli tradisce il suo
capitano Emilio Lussu.

È, tutto
sommato e almeno dal punto di vista tematico incarnato nel personaggio, la
storia di una sconfitta, la storia di un eroe che non sa vivere da antieroe, o
da non eroe, che non riesce ad adattarsi al tempo di pace, né sa cogliere le
trasformazioni, tanto positive quanto soprattutto negative, dei tempi nuovi.
Dotato di uno spirito di anarchismo e di anticlericalismo semplice e istintivo,
Luisicu non intende le trasformazioni politiche che stanno avvenendo in
Sardegna e in Italia; e se anche partecipa 
alla rivolta che in paese si organizza contro la visita di una
rappresentanza del partito, la sua è un’adesione più spontanea che non
meditata. Pare che la sua aspirazione maggiore sia quella di tener discosto il
mondo e di tenersi in disparte dal  mondo
e da quanto vi avviene: pare che egli, moralmente, più che altro egli voglia
solo sopravvivere. Il senso di sé Luisicu lo troverà soltanto, alla fine del
racconto, sulla soglia dell’abisso. Luisicu ha tre figli, tre istanze: l’una,
Millieddu, il secondogenito, è il doppio del padre, richiamato dallo spirito
eroico militare, che la propaganda fascista andava amplificando: in essa Luisicu,
pur nel silenzio atavico di sardo e di uomo disilluso, rivede se stesso e la
propria gioventù. L’altra istanza, il primogenito Ninnu, è un’istanza più
femminea e materna, riflessiva e protettiva, la parte in ombra di Luisicu,
ombra proiettatagli dalla moglie Sara. Vi è infine Defendenti, riformato e
rimasto a casa, che quasi il padre respinge da sé, ma che allo stesso tempo è
quel che di lui sopravvive. Ninnu e Millianu vanno sotto le armi, entrambi
muoiono. Ma mentre questa seconda istanza, Ninnu, morirà non in azione, bensì
durante un’esercitazione alla scuola dei paracadutisti dove anche lui si è
fatto allievo per proteggere il fratello Millieddu, quest’ultimo invece muore
nel compimento di un’azione ardita sotto i cingoli di un carro armato nemico
che nella sua giovanile follia eroica voleva fermare. Con la perdita di due dei
figli, delle due metà del suo sé, Luisicu comprende la fine del suo intero
essere, e intende por fine alla sua vita gettandosi da un precipizio. Ma prima
di far ciò compie un gesto di estrema dissacrazione e di rifiuto totale di
tutto quanto fino a quel momento aveva costituito il senso di sé.Distesa a
terra la camicia nera e depositativi sopra i suoi stessi escrementi, vi lancia
sopra le medaglie conquistate dal suo valore. Ma qualcosa lo trattiene
sull’orlo del baratro, le voci interiorizzate dei suoi figli che lo tengono
piantato a terra, finché un attacco del suo malcaduco lo fa cadere prostrato.
Quando si risveglierà le voci dei suoi figli non saranno più i demoni della
morte, della disperazione e del nulla, ma voci di vita che lo fanno ritornare
in paese, a Biddanoa. Il gesto di fecale negazione della sua eroicità e la sua
‘invalidità’ medesima lo spogliano definitivamente e lo liberano dalla gabbia e
dalla maschera di un eroismo vero nei fatti, ma diventato fittizio nell’essere
e nella storia: e l’unico figlio rimastogli dei tre, è proprio il non-eroe, lo
«scarto di governo», fragile e malaticcio, figura della fragilità del padre, di
quella sua debolezza, la cui accettazione lo terrà in vita. Gesto esistenziale
e morale estremo, questo rifiuto di Luisicu, ma allo stesso tempo di valore
storico, oltre che metafora della esistenzialità storica collettiva; ed allo
stesso tempo metafora di un segmento della parabola biografica dell’Autore e
della sua disillusione nei confronti del fascismo e delle illusioni giovanili.

A tutta questa
vicenda, alla storia di Luisicu, della sua donna e dei suoi figli, fa da sfondo
Biddanoa, pigro e marginale paese del Sarcidano. Ma più che sfondo o quinta,
Biddanoa è un coprotagonista del personaggio principale. Figure diverse si
muovono sulla scena del paese, dalla figura mitica di Tiu Antoni Maria
Mulas  che, preso dalla furia del ricordo
insopprimibile e devastante della moglie morta di parto, si fa bandito
predatore e gira la Sardegna a cavallo con uno stuolo di accoliti, a far
ruberia delle ricchezze di preti avari e a rapire femmine procaci; figura, già
evocata liricamente nella composizione poetica E cun cantu cuaddus, in cui è adombrata la figura del bisnonno
dell’Autore. C’è l’erotismo suadente di Minnia che sa amministrare se stessa,
il suo amore e le sue grazie, e con cui la voce narrante si intrattiene a
parlare in un misto di liricità e di dolce teatralità paesana; e c’è il suo
amante Sìnzula, che ‘non si vede ma si sente’, tanto in tribunale quanto nel
talamo. C’è Su Maistu, e sua moglie, anch’ella maestra, entrambi istrangius rispetto al paese, che
cercano di trarre il profitto che la loro superiorità culturale e una prona e
interessata fedeltà al regime consentono loro, anche in un misto di buona fede
e di inganno; finché egli, Su Maistu, finirà suicida perché ficcatosi in un
imbroglio finanziario insolubile. E c’è Tia Angiullina e il suo giardino
incantato, metafora e simbolo, quasi allegoria, del sogno magico infantile
(dell’Autore); troviamo alle prime battute del racconto, la figura della
ragazza che quasi fa l’amore con Santu Giullianu, protettore del paese,: o
meglio con la sua statua lignea. O c’è, narrata, la rivolta collettiva contro il
fascismo e contro i suoi guasti più immediatamente percepibili dalla piccola
comunità: le promesse non mantenute, le nuove tasse, il passaggio di
Villanovatulo alla recentemente istituita provincia di Nuoro, il cui capoluogo
dista assai più che non Cagliari, la protervia di una nuova classe di burocrati
e di affaristi che profittano del e col regime. O ci sono ancora entità come il
paesaggio, i monti, il Flumendosa, il trenino della Sardegna interna, cordone
ombelicale che lega Biddanoa al resto del mondo.

Il filo del
racconto lascia di tanto in tanto il personaggio principale e segue altri fili,
di altri personaggi, in una sorta di polifonia (se il termine pur abusato non è
ancora privo di senno), che rende armoniosamente la comunità di Biddanoa un
vero personaggio collettivo e rimette a misura la statura del personaggio
principale: uno fra molti, come gli eroi epici. E la narrazione si colora di
tonalità diverse, dal mitico al lirismo amoroso ed erotico, dall’osservazione
antropologica, alla cronaca di natura storica; fino al dialogo metastorico di
Sìnzula con Giorgio Amendola, che poco aveva capito della rivolta di Biddanoa e
della realtà di quest’ultima, nonostante tanto nome: «Ma su chi fut Biddanoa ­in
cussus annus – dice Sìnzula all’Io narrante – manc’Amendola dd’ìat cumprèndiu.
Issu creìat ca in Biddanoa ddu èssit fascismo e antifascismo, mentri ddu ìada
sceti genti chi cun sa scusa del fascismo tenìat s’àtara genti asutta ’e peis.
E ingrassàda serbendusì de su fasci»: ciò che rimarca la lontananza e
l’astrattezza di una visione storico-politica teorica e indiretta, dalla verità
concreta ed effettiva del reale. E c’è poi, in ultimo ma non per ultimo, la
voce narrante che rievoca, commenta, riflette con dolce e distaccato lirismo
sui fatti e sui destini del paese e della sua, amata, comunità.

Il tutto
gestito da una regia sapiente e dalle tonalità diverse, tenute insieme dal filo
della memoria di un io lirico-epico, tanto innamorato quanto disincantato, vera
istanza del discorso narrativo, che nasce dalla medesima istanza lirica, la cui
metrica, nel suo felice sperimentalismo, pareva agognare alla prosa; da una
maestria che scaturisce da quella medesima istanza memoriale che concretizzava
in versi figure di racconto, cui mancava soltanto l’esplicitarsi di una più
compatta fibra discorsiva, qui invenuta a partire da una serena distanza
conquistata.

 

 

 

Metafisica lobiniana. I racconti.

Una tale
felice congiunzione di lirica e di narrazione raggiunge il suo vertice nei tre
racconti di Benvenuto: Iaccu e su lioni,
In d’una dì ’e soli e Bonas tardas, Magestà’. Piccole e
preziose gemme della scrittura e dell’arte lobiniana. Si tratta di racconti
‘irrealistici’, che seguono, su di un filo fra surreale e fiabesco, la discesa
entro una psicologia semplice e grande al medesimo tempo.  

In Iacu e su lioni il processo di crescita
e del diventare adulto del protagonista è narrato da una voce che, in terza
persona, guarda al mondo e alle cose con gli stessi occhi ingenui e infantili
di Iacu, e ci riferisce come realtà oggettiva la visione di lui, favolosa e
fantasticante che abolisce il confine fra l’immaginato e il concreto. Una
visione incancellabile, quella per cui il leone dipinto sul soffitto dalla
perizia pittorica e illusionistica del parroco Nicolao Ligas, padrino del
bimbo, diventa agli occhi fantastici di Iacu un leone vero che lo accompagna
inseparabile e gli dà coraggio e forza aiutandolo a crescere: una visione
indelebile che trapassa naturalmente nella visione e nel sogno d’amore per
Airena, inafferrabile e irraggiungibile come l’amore, il primo adolescenziale
amore, appena delicatamente intravisto e che scaccia l’immagine del leone. In
ogni luogo e in ogni donna Iacu cercherà Airena senza trovarla, ci dice la voce
narrante con oggettività metaforica, finché ancora, con metafora e realismo
mirabilmente congiunti, Iacu immagina che proprio l’amico leone, che riaffiora
alla sua mente immaginaria, potrà aiutarlo a ritrovare Airena, misto di realtà
vissuta e di immagine evanescente e indelebile, come il leone stesso. Iacu
torna al paese, Biddanoa, ma il leone non c’è più sul soffitto della sua
camera, il soffitto è stato imbiancato, e su di esso «fut abarràda sceti una
mància, un’umbra, s’umbra de s’erba arta prus de s’àmini di accantu, po tanti
tempus, si fut incrarau su lioni». Il processo di crescita è compiuto, Iacu è
diventato adulto e i fantasmi immaginari, il leone e il primo amore, son miseri
caduti ‘all’apparir del vero’. Ma restano due cose: quella macchia, quell’ombra
sul soffitto, anche qui fra metafora e realtà, residuo ultimo del leone svanito
che si fa simbolo del processo di crescita di cui l’immaginario è elemento
costitutivo e imprescindibile: reale, durevole e indistruttibile ombra
dell’/nell’anima: un ‘fanciullino’ interiore. Ed è rimasto il maestro pittore,
l’artefice del leone, il padrino di Iacu, sua ombra e suo alter ego: resta don
Nicolao, pur paralizzato alle gambe in seguito a una caduta mentre dipingeva
sull’ennesimo soffitto l’ennesimo leone. E ora, seduto sulla sua sedia
d’infermo, don Nicolao se ne sta in solitudine «castiendu sa bòvida, chini
scidi eita ddu at a biri». Resta insomma l’artista, perso nella sua illusione:
egli aspetta che la visita del suo innocente ammiratore da lui ‘illuso’, gli
ridia consolazione e vita interiore. Forse in quella visita Iacu ritroverà il
suo leone. E il racconto di Lobina si fa liricamente metapoetico.

 

In In d’una dì ’e soli. è narrata, anche
qui ai limiti del reale, la storia di un amore, quello di Stévuni per la sua
asinella Susanna rimasta orfana della madre poco dopo la nascita. Un qualche
legame unisce Stévuni a Iacu del precedente racconto: entrambi hanno un amore
non ritrovato per una Airena, entrambi sono giovani e soli. La solitudine di
Stévuni, ragazzo ‘aresti’ che vive
lontano dalla comunità, sul monte, allevando qualche capra e coltivando un
minuto orticello, è lenita dalla presenza di della puledrina d’asino che egli
cura con tenerezza, allattandola col latte delle sue capre e poi svezzandola e
accudendola e soprattutto proteggendola da ogni pericolo. Tale tenerezza è
ripagata dall’asinella che risponde alle sue carezze con altrettante carezze,
in un cercarsi a vicenda.

L’ ‘irrealismo’
di questo racconto è dato dal fatto che l’Autore attribuisce, per il tramite
della voce narrante, sentimenti e atteggiamenti umani all’animale, all’asinella
Susanna, a cominciare dagli occhi che dell’umano hanno lo sguardo e quasi
parlano:

 

In sa
pagu luxi, si Susanna intendìa a Stévuni movendusì in su sonnu o abrebulendu
chini scid’eita, dus passus ddi fudi a accanta, incrubà’ sa conca e i ddi
toccà’ sa faci cun su bruncu, a lébiu.

 

o ancora:

 

 
Tandu cun d’unu brìnchidu si ndi pesà’ de sa muredda e i ci dda
stesìada, e i sa molentedda passu passu ci bessìa’ de prazza chenza ’cumprendi,
primàda.

  Apusti de unu pagheddu torràda. E si Stévuni
fud’ancora sézziu in
sa muredda s’accostâda a bell’a bellu, a conca incrubada, e candu dd’arribâda a
ananti pesà’ cuddus ògus e i ddu castiàda chenza ’e s’atriviri a ddu tocai,
timendu chi fèssid’ancora inchietu.

 

Il normale comportamento animale è risignificato dalla voce narrante
tramite l’ottica del protagonista, che viene così oggettivizzata rendendo reale
il punto di vista soggettivo.

Stévuni si
rende ben conto che quell’affetto per l’animale potrebbe trascendere al di là
del lecito, ma sarà proprio l’animale, Susanna, a sedurre lui dopo averlo visto
spollitu:

 

Spollitu Susanna no dd’ìa bistu
mai. Spollitu e dromìu, parìada.

Si Susanna èssidi scìpiu
arriri….

Però ’ta prexu, dd’ìad’agatau,
Spollitu Stévuni no parìada manch’issu, fu’ 
differenti, cun totu cudda peddi bianca…

[…]

Ma in cussu momentu e totu ìa’
biu una cosa chi dd’ìa’ fattu sprapeddai is ogus: unu zimingioni, Stévuni in
mesu cambas portàda unu zimingioni. Chi ndi bessia’ de una mancia ’e pilu
arrullau e nieddu, in artu, a suta ’e brenti, ma fud’unu zimingioni chi no
assimbillàda ni a cussu de sa mama, mai scaresciu, ni a su zimingioni ’ goma de
su pistoni birdi. Iad’incrubau sa conca e i dd’ìa’ tocau apenas, timi timi, cun
is lèvuras: su zimingioni ìa’ cumenzau a si movi, a s’arcrdinai, a si saddìri,
parìad’una cosa bìa, e Istévuni puru si fu’ moviu, ma ìa’ sighìu a dromiri, ddi
fu’ partu, cun d’unu zùnchiu.

 

Finché l’asinella, dopo aver
subito un ‘tentativo di violenza’  da
parte di due grossi asini maschi da cui Stévuni, ‘geloso’, l’ha salvata,
renderà a lui tributo d’amore, lo porterà presso una siepe e essa stessa lo
spoglierà delle sue vesti, cercando e trovando “su chi fu’ circhendu”,
stringendolo poi con delicatezza e con amore. A quel punto

 

su disìgiu ’e Stévuni fu’
mannu che i su xelu: furriadì, Susanna, oh, Susanna. Si fudi incrubau, si ddi
fudi stendiau a assuba, su tebiori ’e Susanna e i sa callentura sua, su disìgiu
imoi fu’ che una soga chi ddus trogà’ tot’a is dusu.

    E fud’intrau in su xelu

 

L’ardire poetico di Benvenuto Lobina è qui estremo
e meraviglioso, e sottrae, con lirica sapienza, ogni sconveniente scoria
d’impurità alla ‘naturalità’ dell’amore: all’innocenza infantile che si
specchia nella naturalità animale, altrettanto innocente metafora dell’amore
disinteressato, per il tramite del ‘punto di vista narrativo’. Attraverso il
quale parla il ’fanciullo’ e l’istanza che lo sorregge in esso incarnandosi.

 

Bonas tardas, Magestà’  è un racconto anch’esso giocato sul filo del
limite e dello strano con tratti perfino di grottesco, che s’impernia, anche
qui, sullo sguardo credulo e innocente del protagonista, sul suo estendere ad
un mondo più vasto la sua visione semplice delle cose che pare fraintendere
l’intenzione della parola che a lui viene rivolta.

Personaggio
‘strano’ anche lui, il protagonista, Arrafieli Pramas, corazziere di re Umberto
al Quirinale. Una stranezza che ci viene detta dall’indiretto libero
indicizzato sullo stesso re:

 

    Comenti ddi [al re] fut comparta in sa
memoria sa figura del corazziere Palmas, un’arrisixeddu divertìu dd’ìat
incrispiau  is corru’ de sa bucca asuta
de is mustatzonis malintintus. Palmas… Palmas fut su spàssiu de totu sa corti,
ma non poita calincunu s’indèssit fattu befas, ma poita… Palmas fut Palmas, un
personaggio di un altro mondo, comenti naràt Margherita, unu chi a corti parìat
nàsciu e pesau, e no ddu ìat dama o dignitario chi no s’èssit frimau a
arrexonai cun issu, si ddi capitâda a tretu, mancai Palmas èssit fueddau feti
in sardu. E chi no ddu comprendìat peus po issu. «Impara su sardu, chi mi
’ollis cumprendi» – narât Palmas. E parìat chi su sardu calincunu dd’èssit
imparau diaderu. Finzas e una dama, a quanto si dice in giro, aveva preso
qualche lezione in privato…

   E Umberto sighìat a arriri asuta ’e bruncu.

   Personaggio, Palmas, ma fedele. Fedele più
di certi cortigiani, ma senza cortigianeria. Con quel suo particolare saluto ad
alta voce, ogni volta che lo incontrava, quel suo saluto in barba a regole e
regolamenti, quelle tre parole di chiara derivazione spagnola, quasi
confidenziali ma rispettose, allegre perfino.

    Sa carrotza fut intrendu al Quirinale.

    In sa garita, cirdinu che una statua, cun
cuddas manus de perdas picigadas a s’elmu colori ’i oru, il corazziere Palmas.
Passendiddi a ananti Umberto si fut incrarau e dd’ìat fatu un’acinnu cun sa
manu.

   Pronta sa boxi ’e Palmas: «Bonas tardas,
Magestà’»..

 

Personaggio, appunto, Palmas,
con il quale perfino il re può dimenticarsi d’essere re e può innaffiare
insieme a lui le vasche dove, sulla terrazza del Quirinale, coltivava lattuga e
ravanelli:

 

  E in s’intérissi poniaus a arrexonai comenti
dus òminis callisisìada, mancai eu no m’essi pigau prus confiantza de sa chi mi
’onâda, ca fut finz’e tropu […] E de pregòntas mi ndi fìat mèdas, bollìada
sciri medas cosas, e deu ddi contâ contu’ de ’idda, contu’ de torrobatorius
ch’ia inténdiu de piciocheddu, contu’ de morus, e finz’e contu’ de femina,
callincunu ’eru e callincunu no. Candu dd’ia contau cuddu de i’ montadas a
càulli de is pastori’ de Ollasta, deu nau ca is iscracalliu’ de Magestà’ ddus
ìanta ’nténdius finz’e in is iscuderias. Arrìat a làmbrigas, arrubiu che i su
fogu, aciughendusì ogus e mustatzus cun su mucadoreddu ’e seda: “Ah, ah, ah,
Palmas, le montate a cavolo, le montate a verza! Ah, ah, ah, questa non me la
dimenticherò mai, jamais!”.

 

 

Ciò che inquieta allora Arrafieli è che il re,
nella sua visita ufficiale che compie in Sardegna insieme alla real consorte
Margherita, si sia dimenticato di avvisarlo: «no ddd’ìat èssi costau meda a nai
a su ministru de Casa Realle, Ponzio-Vallia o comenti dimoniu ddi nanata,  a mi fai scriri duas arrigas […]. E invreci
nudda»; Raffaele sarebbe andato al porto di Cagliari per salutarlo al suo
arrivo, come un vecchio amico.

Ma comunque
Arrafieli si reca ugualmente a Cagliari per tentare di avvicinare il sovrano e
porgergli il suo saluto, il suo “Bonas tardas, Magestà’”, ma resterà
imbrigliato nella rete della città, fra la folla che accorre a vedere e a
salutare i sovrani, fra le maglie dell’apparato di sicurezza, e le formalità
rituali e cerimoniali, senza potersi avvicinare a Magestà’.

Farà un ultimo
tentativo Arrafieli: saputo che il re deve recarsi in forma privata a Sassari
con la ferrovia, si reca alla stazione di Cagliari pensando di poter più
agevolmente avvicinarsi al re. Ma è in questa occasione che tutto precipita, il
re resta comunque protetto, e la folla che vuole vederlo è pur sempre tanta e
vi sono pure carabinieri e autorità. A un certo punto però, alla stazione,
crolla la balaustra del terrazzo dell’alloggio del capostazione: il peso della
gente accalcatasi provoca il cedimento e trentasei ragazze, compagne della
figlia del capostazione, precipitano di sotto; quattro sono le vittime e molti
i feriti, tra cui lo stesso Arraffieli sia pure in modo non grave. I sovrani
vanno a confortare i feriti e la folla continua a gridare ‘viva il re!’ «cun sa
morti a pagus passus». I sovrani salgono sul treno e il re saluta la folla con
la mano, come nulla fosse successo; Arrafieli ricambia il saluto pronunciando
il suo “Bonas tardas, Magestà’”, «ma cun d’unu arrisixeddu grogu in is corrus
de sa buca».

Un risolino
amaro che segna la presa di coscienza di Arrafieli Palmas: la comprensione di
uno iato semiotico, la plurivocità delle parole e dei gesti, la complessità del
significare.