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narrare il politico

Narrare la politica, si dice oggi,  narrare la società per adire al politico, perché la politica non sia solo una tecnica e non resti chiusa nell’algidità dei giochi incomprensibili dai più. Il racconto genera passione, crea meccanismi di rispecchiamento, individua il sé e riconosce l’altro, crea il coinvolgimento.

Ma senza programmi chiari, comprensibili e recepibili rischia di essere soltanto una nuova retorica che maschera l’assenza, un nuovo ‘comizio’ che cattura voti e non li colma né li interpreta.

Se narrazione deve essere, deve esserlo pienamente: il racconto dispiegato in pienezza è applicazione del narrare alla vita, è azione si spera e presume positiva (P. Ricoeur). Allora deve essere proposta, basata non su formule alchemiche, ma sulla comprensione che il récit sa e può essere: deve essere.

Ciò non elimina né marginalizza la scienza del politico, ma la sussume entro sé, la orienta, la propone alla vita.

 

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La rivista Portales

«Fin dal momento della sua prima progettazione, “Portales” è stata definita, dai molti partecipanti alle riunioni in cui si cercava di chiarire la sua fisionomia, “la rivista dei giovani”». Con queste parole si esprime Giovanni Pirodda nell’editoriale che apre il primo numero, e la vita ormai decennale, della rivista Portales, nell’agosto 2001. Continua poi così l’editoriale: «In questa prospettiva realmente essa è stata ideata e voluta anche dal gruppo di docenti del Dipartimento di Filologie e Letterature moderne  (alcuni dei quali assai meno giovani) che hanno incoraggiato e sostenuto l’iniziativa».

Portales nasce dunque nel 2001 nell’ambito universitario delle facoltà umanistiche, sotto l’impulso e l’intuizione di Giovanna Cerina, il cui ingegno e la cui amicizia mi è qui caro ricordare. Diretta da Giovanni Pirodda e con la vicedirezione di Duilio Caocci, Portales ha una folta redazione composta da giovani docenti, ricercatori, dottori, dottorandi, studiosi. Edita per i primi due numeri dall’editrice Poliedro, la rivista è, dal terzo numero e fino ad oggi, pubblicata da AIPSA Edizioni.

Una rivista giovane in quanto non solo rivolta ai giovani, ma in quanto giovani studiosi costituiscono parte cospicua e propulsiva della redazione della rivista, benché non manchi la partecipazione e la guida di docenti, maestri, intellettuali e studiosi di più matura età. Giovani che sono legati eminentemente, dal punto di vista della ricerca e degli interessi scientifici e intellettuali, al Dipartimento di Filologie e Letterature moderne  dell’Università di Cagliari che ne dà il patrocinio, e al dottorato che vi è collegato. Una rivista di studi soprattutto letterari è dunque Portales, anche se con una rilevantissima attenzione alle altre arti e al cinema. Lo sguardo letterario è rivolto ai problemi e alle espressioni più diversi  e prende corpo soprattutto nella sezione Saggi. Saggi che si raccolgono e si coagulano, di numero in numero, attorno a un interesse tematico scelto e definito (la guerra, il limite, la trasposizione di codice semiotico, regole e trasgressione…..).

Una sorta di palestra, di alto livello, in cui studiosi diversi, propongono riflessioni ed elaborazioni su temi e problematiche letterarie, testuali e della testualità, anche con prospettiva metodologica  differente, a seconda dei vari percorsi di studio e degli interessi personali di ciascuno. Fermo restando che è il fenomeno e i fenomeni letterari ciò che la rivista ha primariamente a cuore e che costituisce il suo interesse ed obiettivo primario.

Ho detto poc’anzi palestra per giovani, ma tale definizione è ben lungi da essere esaustiva: se infatti Portales offre ai giovani possibilità di diffondere e far conoscere i risultati della loro ricerca, ciò avviene pur dentro un progetto e un obiettivo culturale ben riconosciuto e programmato. E che è quello di  gettare collegamenti molteplici. Innanzitutto quello di  proporre un contatto fra mondo dell’Accademia, sia pure nella sua componente per lo più giovanile, e il mondo intellettuale più in generale, con particolare sguardo al mondo della Scuola e degli insegnanti, e va inoltre a questo proposito notato che un buon numero dei redattori e collaboratori di Portales gravitano in diverse maniere nel mondo della Scuola. Un ponte che, specie nel nostro Paese, è sempre più auspicabile, per colmare divari e diffidenze reciproche, spesso di lunga data; e prendere invece esempio da alti paesi, penso alla Francia per esempio, dove l’osmosi fra queste due sezioni dell’istruzione è più frequente e da più lungo tempo assestata. Ne guadagnerebbero entrambi i lati di questo rapporto che si auspica felice e di agile presa.

L’altra relazione che il progetto culturale di Portales vuole allacciare è quella fra la letteratura e le altre arti, rapporto curato e collocato soprattutto nella sezione Eventi. Significativamente in una sezione così denominata: in quanto tale relazione fra campi della creatività non vuole essere studiata come oggetto di interesse in sé e per sé: la rivista resta eminentemente una rivista letteraria, nel senso tutto propriodi rivista di studi letterari e sulla letteratura. Il rapporto con le altre arti vuol esser visto invece come fatto e dato di attualità, come segnalazione, ma soprattutto come riflessione intorno ad accadimenti, eventi appunto, d’ambito artistico prevalentemente evenienti in Sardegna. In questo senso e in questa sezione Portales rivendica una dimensione di militanza, pur pacata, e dismette l’abito più severamente accademico per gettarsi nel mare dell’accadere, dove va alla ricerca di episodi significativi di interazione fra letteratura e arte, col proposito di segnalare al suo target, al suo pubblico, fatti di rilievo per la vita culturale, soprattutto regionale pur con respiro ampio. Segnalo fra gli eventi discussi e riportati, la legge regionale sul cinema, l’evento FestArch tenutosi recentemente a Cagliari, il conferimento della laurea honoris causa a Maria Lai, il convegno internazionale  “Cantami di questo tempo” dedicato alla poetica letteraria e musicale di Fabrizio De André, la manifestazione Time in jazz con intervista a Paolo Fresu; il centocinquantesimo anniversario della nascita di Mozart.

È bene a questo punto  sapere che Portales ha alle spalle una associazione che porta lo stesso nome (Portales appunto) promotrice e attuatrice essa stessa di eventi culturali, anch’essi per lo più letterari, ma di apertura ampia nei confronti dell’attualità e alla, ripeto, militanza culturale, tesa a sottolineare quando non direttamente a creare, nonché a portare all’attenzione del pubblico intellettualmente curioso, accadimenti di fenomeni che costituiscono tasselli importanti del fare culturale del presente, di una regione e di una città che scopre in sé fermenti attivi e la capacità di evocarli e di concretizzarli nella propria materia mentale e attiva.

Ne vien fuori una prospettiva al medesimo tempo innovativa e tradizionale, nel senso che si rifugge il nuovismo o la ricerca di ciò che fa effetto eclatante ma spesso effimero. Questa linea editoriale e fattiva insieme, cerca piuttosto i segni, i fenomeni e gli eventi che abbiano e dimostrino una solidità di fatto, magari meno visibili, ma suscettibili di una riflessione meditata. Ri-pensare Mozart per esempio, pur nell’occasione di un anniversario, significa nei contributi presentati, ripensare, fra l’altro, i rapporti fra linguaggio musicale e linguaggio poetico, individuare nel linguaggio musicale un’inopinata capacità di invertire il significato del testo di partenza o l’ideologia affermata e assestata in cui il testo o l’ipertesto si colloca. Discutere sull’evento di FestArch, anche attraverso interviste, significa riflettere e acquisire conoscenze e ri-diffonderle in relazione a un’attività progettuale, al rapporto città territorio, al rapporto dell’architettura con la più ampia dimensione sociale in maniera tale da poter/dover andare oltre l’evento festival e non costringere le intenzioni di chi lo ha organizzato pensato e attuato, dentro le strettoie dell’evenemenzialità dell’evento stesso, e contribuire invece a spargerne i germi e i fermenti. Allo stesso modo parlare di Fabrizio De André non significa fare facili mescidazioni fra il colto e l’effimero, ma, così come è stato nel convegno a lui dedicato, acquisire, in forma se non inedita certo non assiduamente frequentata, materiali che non sempre e non facilmente si offrono a una riflessione accademica, ma che a tale riflessione vogliono con decisione essere ricondotti. Ed anche in questo caso si tratta del rapporto privilegiato musica-parola: fatto che slarga le spesso logore definizioni e circoscrizioni del concetto medesimo di letteratura. Così come era stato, e qui ripeto, a proposito dell’anniversario mozartiano. Niente di celebrativo: o meglio, partendo da uno spunto celebrativo e/o di cronaca culturale, si giunge a intessere dialoghi fecondi attraverso uno spazio ampio della produzione culturale.

 

Ritorniamo però alla sezione saggistica, che è quella che a mio parere, caratterizza meglio la nostra rivista e le conferisce il miglior grado di qualità. Ho già detto che questa sezione è impostata su di una ragione tematica. Sulla scelta di un tema intorno a cui si coagulano i diversi interventi e saggi proposti ai lettori.

Orbene attraverso il setaccio tematico che orienta di volta in volta le diverse proposte saggistiche, si introducono e si veicolano prospettive e direzioni eccedenti le costrizioni tematiche: il tema proposto che dovrebbe/vorrebbe già essere una definizione cui adeguarsi, finisce per risultare invece, per e dall’apporto di ciascun collaboratore, un qualcosa da ri-definire e precisare, una cornice generale da riempire e cui attribuire alcune accezioni possibili.

D’altra parte, ed anche di converso, ciò non vuol né va a significare, per ciascun collaboratore che interviene nella rivista, né una costrizione né uno scantonamento rispetto alla scelta tematica, ma costituisce invece una possibilità di orientare linee critiche e di ricerca secondo una determinata prospettiva: ciò che, a mio parere ed anche, se me lo si consente, per mia esperienza, costituisce una prospettiva ed un indirizzo del tutto positivo che riorienta il già detto verso considerazioni impensate, e comunque induce a proseguire e (ri)elaborare e infittire su di un argomento, riflessioni che si sarebbero pensate, da parte degli autori ma anche di eventuali lettori, già esaurite e sistemate. Impostazione assolutamente feconda dunque e  elasticamente e virtualmente rinnovabile e riscrivibile all’infinito. La scelta tematica o tematologica, se si vuole, promuove insomma ulteriori elaborazioni concettuali su prodotti di ricerca già, in genere, altamente definiti.

Un tema come quello della guerra permette, per esempio e fra l’altro, di rivedere un tema come quello dei testi di Bono Giamboni, autore poco frequentato peraltro, da una prospettiva specifica, quella della guerra interiore; di insistere sulla psicologia come anche agonismo all’interno di una discussione più ampia sulla guerra e sulle sue devastazioni, così che l’io diventa il campo di una battaglia anche feroce devastante, come ogni guerra è. Ma allo stesso tempo propone ed aggiunge al panorama tematico una prospettiva inusitata e non frequente né frequentata: non ci sono solo le guerre militari in senso stretto, ma anche guerre interiori per le quali non può che sfruttarsi un repertorio noto, la descrizione bellica, con fini morali e psicologici. Il che va oltre la mera dimensione psicologico-allegorica, così come va oltre il mero tematismo bellico, e genera oggetti di pensiero nuovi.

Sempre in ambito tematologico segnalerei il n° 8 dedicato, nella sezione saggistica al tema “limite e trasgressione”. Tema che, nonostante la definizione e la proposizione a tutta prima, non è dedicato a questioni filosofiche o morali o politiche. È dedicato invece tutto a quel limite che è costituito, costitutivo ed intrinseco dal linguaggio, incapace di poter dire tutto il significato che nelle intenzioni si vorrebbe comunicare;  ma che è pure, il linguaggio, e quello poetico primariamente, la scappatoia per uscire da tale limite, in quanto trasgressione rispetto ai suoi stessi limiti: il che, vorrei aggiungere, mi pare slargare e travalicare i limiti stessi di quel che noi siamo adusi pensare e chiamare poetica e letteratura. Tanto più se pensiamo alla serie di saggi qui compresi, tutti di carattere metalinguistico e metaletterario che caratterizzano la sezione di questo numero: si va da interventi sul linguaggio e sulla sua insufficienza nella tragedia greca, e sulle riflessioni sull’uso linguistico e sullo stile di Giordano Bruno quale supporto primario e perfino costitutivo della trasgressione del linguaggio scolastico antiquato che inibisce la vie euristiche ed ermeneutiche in direzione di acquisizioni conoscitive più nuove e libere, per arrivare fino alla agiografia, che ricostituisce ex novo antiche narrazioni mitiche limitandosi e trasgredendole con eccedente eccezione, o alla commistione dei generi nella letteratura  popolare inglese quale infrazione del canone letterario paludato e assestato, che permette di attingere dimensioni psicologiche inusitate e inattese. Ed ancora la traduzione letteraria, al tempo stesso prigione ed evasione, a seconda dell’uso che se ne fa e dell’ingegno che la usa e che permette la fondazione di nuova letteratura e di nuove maniere. Così come attenzione al binomio limite/trasgressione non può non esserci quando si tratta dei fenomeni dell’avanguardia e delle riflessione che essa fa, come è stato nel Novecento, sui mezzi che la produttività artistica impiega.

Tutto ciò però non è affrontato, dagli autori dei diversi contributi che ho citato, con taglio teorico né tanto meno teoretico. Il tutto resta nel solco di un’analisi letteraria di singoli testi e/o fenomeni letterari. Ma la riflessione teorica nasce in controluce proprio dall’analisi pratica e direi pure filologica dei testi in oggetto. Un segno della maturità acquisita dai tempi odierni, dopo tanto furore teorizzante, ma con la fruttuosa messa a frutto di tali furori, stemperati ma proprio per questo vivacissimi. In questo senso può dirsi che la nostra rivista si fa militanza critica, e in doppio senso: sia perché usa gli strumenti critici in modo maturo, sia perché si fa critica implicita dei metodi critici.

Benché tutto ciò non sia  una novità in assoluto, e seppure Portales non teorizzi, almeno apertamente, su ciò (ma le sedute di redazione sono tanto spesso una fucina dinamica di proposizioni dialettiche), sebbene ciò, dico, il dynamos della rivista crea novità, la sottende al lettore. E soprattutto contribuisce a un campo, questo sì frequentato, quello della tematologia, che trova difficoltà a definirsi, e che, specificamente, si definisce, all’interno della teoresi letteraria, proprio nel suo farsi e (auto)proporsi, timidamente o sfacciatamente. Frutto non repentino, questo fare, ma che ha invece alle spalle una scuola e la sua dinamica, i suoi tentativi, le sue ansie: quale la Scuola del dottorato, cui la rivista spesso si rapporta e da cui attinge energie, che alla comparazione letteraria, alla tematologia e alla teoretica del testo ha dedicato assai delle sue eergie, che qui trasbordano e trasudano.

 

Anche la veste esterna e grafica di Portales costituisce un aspetto non secondario di questa rivista. Innanzitutto le dimensioni, un po’ eccentriche rispetto alla norma, forse eccedenti, e qualcuno potrebbe dire anche controproducenti sotto il profilo pratico, nel senso del maneggio materiale dei volumi della rivista, che costringono il lettore a una postura fisica nel tenerli materialmente in mano, cosa che si traduce poi in postura e atteggiamento mentale che può trasformare la scomodità oggettiva in sottile piacere. E tuttavia queste dimensioni ne costituiscono una caratteristica di visibilità, contrassegnando un prodotto che non vuole essere puramente accademico, pur restandolo pienamente. Forse un vezzo, qualcuno potrebbe anche dire, ma non certo una volontà snobistica, forse il segnale, anche questo, di un collegamento: con riviste d’arte, con riviste militanti, con un pubblico curioso, che non ama solo le biblioteche, ma che vuole riversarle sul mondo e che pensa l’intellettualità come un’azione: un pubblico, se non sta male dirlo, meno accigliato e più fresco che desidera forme nuove. Questo formato originale e meno solito, e magari estroso, ma contenuto ed elegante, costituisce un segnale in più di proposizione e una strizzatina d’occhio ai lettori. Ma l’aspetto grafico non si ferma qui. V’è ben altro: il contenuto di immagini che sempre corredano tutti i numeri di Portales costituisce una parte cospicua della rivista, un materiale non più di parole ma di foto, di disegni, di grafie varie, di riproduzioni di oggetti e manufatti artistici. Certo tutto ciò impreziosisce esteriormente, di volta in volta, i diversi volumi, dà loro una leggerezza che fuoriesce dalla monotona pagina stampata di parole e frasi. Ma costituisce pure un contenuto in più, una proposta di ulteriori contenuti culturali e intellettuali per i lettori che si pongono in dinamica interattiva. In tale scelta l’estetica del supporto materiale, ossia i fogli rilegati in volume e così impreziositi, si congiunge con una scelta estetica di tipo più immateriale e discorsiva. Logica.

 

La sezione Lingue culture merita poi particolare attenzione. Questa sezione è un po’ un ponte gettato fra cultura sarda e culture altre, minoritarie e marginali o no che esse siano. Alla Sardegna è dedicato comunque uno spazio cospicuo e su molte dimensioni e interessi: ancora una volta certo quelli letterari, importanti per esempio le note di G. Pirodda su testi e strumenti bibliografici per ricostruire e in certa misura costruire la storia dell’attività letteraria in Sardegna, o la rassegna bibliografica relativa a Grazia Deledda offerta da Piero Mura. Ma ampio spazio è dato pure a problemi d’altre culture in qualche modo eccentriche, senza però che questa eccentricità sia sottolineata o inseguita. Si tratta di trovare esperienze consimili a ciò che in Sardegna  si va facendo o su cui si va riflettendo. Uno spazio che esce, almeno in parte, dalla   tematica strettamente letteraria (che per altro continua a esservi ben presente) per affrontare tematiche culturali diverse sul filo di una prospettiva interdisciplinare. Troviamo discussioni e proposte sulla musica popolare sarda con una prospettiva etnomusicologica, interventi demologici sulle feste popolari isolane, accostate a interventi sulla pittura vascolare greca fra antropologia e semiotica; si discute dell’esistenzialità intrinseca alla scrittura plurilingue e dell’identità multipla; si presentano rarità e inediti. Una sezione più leggera rispetto alle altre, che non significa certo meno seria. Una sezione che affronta con competenza e con attiva partecipazione allo stesso tempo temi diversi con più brio e con maggior disinvoltura. E connette la riflessione più rigorosamente e strettamente accademica con una tematica interdisciplinare, fitta però di interconnessioni rispetto a quanto viene proposto nella sezione saggistica, e che a questa serve di stimolo per far in modo di centrare i saggi letterari su una prospettiva più ampia e più ricca.

Non va infine dimenticata una sezione ampia e impegnata di recensioni: anch’esse essenzialmente con attenzione letteraria, rivolte però non solo alla critica o alla  saggistica, ma pure alla letteratura attiva: romanzi, poesia, traduzioni, premi letterari, riviste, convegni.

 

Dunque una rivista accademica e con forte caratterizzazione scientifica, ma col piglio, ripeto, di una militanza culturale che infrange limiti troppo spesso costrittivi di una certa tradizione, e comunque animata dall’intento di collegare quanto si studia ed è oggetto della ricerca scientifica e universitaria con un mondo culturale più ampio, con la società civile colta che si pone problemi sul senso di far cultura nel mondo e nell’esistenza. Una rivista che ha il pregio di guardare e analizzare l’attività e la problematica letteraria e intellettuale della Sardegna, senza cadere nel regionalismo, ma anzi assecondando e al promuovendo gli esiti di questa felice stagione della cultura sarda, che oggi matura emancipandosi da uno sguardo eccessivamente rivolto a sé ma col timore di essere sé e in sé, per acquisire sempre più un sé maturo che può guardare l’altro e gli altri dalla propria intima e più radicata specola.

Maurizio Virdis

 

Laicismo come narcisismo piccolo borghese

Be’, provate a leggere la posizione del comunitarismo; forse lascerete le sterili parrocchiette e stupidi ritualità, e si potràricominciare a pensare. La ragione in efftti ne azzecca tante quante la teologia o la filosia teoretica e altrettanto la scienza. In realtà dietro certo laicismo si nasconde un narcisismo infantile, quello del’no rule no limit’, funzionale alla manipolazione dell’individuo.

da Costanzo Preve: “Filosofia e politica del comunitarismo. Riforma, rivoluzione e conservazione”.

«Le due squadre di calcio identitarie del Dio Sì e del Dio No, infatti, hanno in comune il fatto di non voler discutere in alcun modo il contenuto sociale, comunitario e relazionale contenuto nella parola Dio (come a suo tempo fece Dante Alighieri, oggi abbandonato al pagliaccio politicamente corretto Benigni), ma di discutere unicamente i vecchi argomenti del tutto “innocui”, che si possono riassumere così: da parte della squadra Dio Sì, il fatto che se non si crede non si può neppure più essere morale, tutto diventa relativo, se tutto diventa relativo siamo nel nichilismo, e nichilismo ed immoralismo sono tutt’uno; da parte della squadra Dio No, il fatto che la scienza moderna ha ormai del tutto falsificato la credenza in Dio, e solo poveri di spirito, malati incurabili e babbioni decerebrati possono ancora veramente crederci.

Bisogna ovviamente tenersene fuori. Ma nello stesso tempo non voglio per opportunismo nascondere la mia opinione in proposito, dimensionata ovviamente soltanto nella situazione italiana attuale. Sebbene personalmente non mi possa definire un “credente” (per ragioni in parte greche, in parte spinoziane, ed in parte marxiane), ed agli occhi della CEE (commissione episcopale italiana) potrei essere definito un “ateo”, ritengo che oggi nel dibattito culturale italiano la parte peggiore siano i laiciatei, e la parte relativamente migliore siano i critici del nichilismo di tipo ratzingeriano. Dietro le fanfare scientiste e positiviste degli “atei”, infatti, ci sta la radicalizzazione anticomunitaria del vecchio individualismo iperborghese. E del resto, l’odio verso il comunitarismo (chiamato a volte “populismo”) di costoro è palese. Fra l’Osservatore Romano e Micromega per me non c’è partita. Non riesco a pensare a nulla di peggio di Micromega. Detto questo, metto in guardia dal pensare che quanto ho detto sia il “punto di vista comunitarista ufficiale”. E’ solo il mio punto di vista. E’ assolutamente possibile essere comunitarista e pensarla in modo opposto al mio. A chi però la pensa in modo opposto al mio consiglio amichevolmente un’operazione di storicizzazione, per cui il ruolo dello smascheramento razionalistico della funzione repressiva delle religioni non può essere lo stesso nel 1710 e nel 2010, e per cui oggi l’ateismo è quasi  sempre (non sempre) il mascheramento di un individualismo estremo, di una religione feticistica della scienza, e di una adesione integrale alla forma attuale di ipercapitalismo.

Dopodichè, ognuno la pensi come vuole.»

link all’articolo intero di Costanzo Preve: Filosofia e politica del comunitarismo. Riforma, rivoluzione e conservazione
http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/Preve-saggio-secondo.pdf

 

Su problema de s’aunimentu de sa limba sarda Il problema della standardizzazione

Intervento di mVirdis al Convegno «Su sardu: limba de vida, traballu e guvernu. Sa proposta de Limba de Mesania»

Laconi, 2 aprile 2005, Centro culturale comunale, h. 17,00

In logus medas e de meda genti, in custu tempus – ma giai deddiora – s’est boghendi a pillu su problema se s’aunimentu o, si dh’oleus nai, desa ‘standardizatzione’ de sa lingua sarda, comenti chi fessit custu su problema, sa tarea e sa faina numeru unu, chi, chene dha portai a cumprimentu, sa limba sarda, sceti po custu, iat a morri deretu.

Deu pentzu chi immoi, in custu momentu anca seus, su problema prus mannu po sa lingua sarda no siat cussu de dha fai bessiri parìvile e de dh’aperperai, de ’ndi circai unu ‘standard’; no est cussu de auniri totu is isceras de is fuedhadas chi si chistionant, ind una fuedhada scéti. Su problema primu cosa, sa chistioni de prus importu chi tenit su sardu, oi chi est oi, est cussa de podi torrai a biviri e de ’nci podi sighiri a aturai in vida, est cussu de si podi spraxiri aintr’ ’e is sardus. Su problema est cussu de un’imparongiu de sa lingua, est cussu de agatai e de cumprovai maneras prus de aggrabu po dh’imparai, ind un’ora che a custa, candu po sa prus parti de is giovanus su sardu est una lingua sempri prus desconnota o pagu connota, mascamenti mein ’s citadis: insandus faci ’e totu custu, s’iat a depi pentzai a maneras e a vetus de annestru diversus e chi s’indullant bort’a borta cuforma a is discentis chi is mastrus s’agatant deinnanti: bollu nai cuforma a su gradu de connoscentzia de su sardu ch’is piciocus podint tenni. E su chi pruscatotu si depi istransiri, su chi no si depi fai est un’imparongiu de su sardu cumenti una lingua istrangia, su chi, a parri miu, iat a donai pagu frutu e pagu cabbali, mascamenti intr’e cussus chi su sardu dhu connoscint prus pagu, e in cussas isceras de pessonis chi funti prus rempellas e arrevescias a dh’imparai. Su chi ’nc’iat a bolli duncas, prim’ ’e totu, castiendi cun mirada didatica, iat essi unu strumbulu beru e de fundoriu po imparai su sardu, un’intzidiu ch’iat a depi andai a su propriu paris de s’imparongiu de sa cultura, de sa scritura, e de s’arti sarda etotu. E totu custu, si cumprendit, movendi de sa lingua fuedhada cumenti est fuedhada abberu in sa realidadi de is bidhas, mein is comunidadis de dogna logu innoi si bivit e si fraigat sa vida de dogna dì, e die pro die, no imbentendusidha. Movendi de sa sabidoria manna e antiga achistia in is costumantzias de sa familia, de sa memoria e de s’istoria minuda innoi est cuau su scrusoxu de sa lingua, chi andat circau e iscobertu. E apitzu ’e innoi si podit o si depit alliongiai su chi eus a nai su ‘valori annuntu’ (il valore aggiunto) de un’impitu prus pensau , arrexonau e meledau de sa lingua, su chi scinti fai is artistas e is poetas, ma no scét’issus: de manera chi, intr’ ’e is atras cosas, si ’nci possat bogai de sa conca de is prus e mascamenti de is piciocus e piciocas, cussu sentidu chi su sardu iat essi una trobea e unu strobbu facia a cosas de prus importu, o peu ancora, una cosa de una vida chi no ’nci est prus arrenconada in s’antigoriu de logus istrintus. Aici de podi contai in sardu no s’impudu de su chi eus perdiu e chi no podit torrai, ma su disinnu de s’incrasi e de manera moderna: A fai biri, ’ollu nai, totu su chi su sardu tenit sa capacidadi d’espressai innanti de sa vida e de is bisongius de oi.

Adhia de sa chistioni de s’imparongiu, un’atru problema est cussu de favoressi e donai àxiu a una produsssioni de iscritura in sardu, mancai de isperimentu. A nai sa beridadi, in custus urtimus annus o dexina ’e annus seus a faci de una produssioni literaria in limba diaderu manna e bundanti e de cabbali: cosa ’ona custa e de aficu meda e chi si lassat isperai po su benidori, mascamenti po ca custa produssioni amustrat sa balentia chi sa lingua etotu portat intragnada, meda prus ancora si pentzaus chi adhia de sa poesia, chi in Sardinna est sempiri istetia acostumada giai deddiora, s’est afortziendi una iscritura de prosa, chi certu est mancu de costuma, ma chi s’est amustrendi sempri prus a s’artària de su proponimentu chi tenit. Seu pentzendi pruscatotu a s’abbilentzia chi tenit cust’iscritura, e a s’atonomia chi portat faci ’e s’italianu, chi a s’italianu sempri prus pagu su sardu dhi depit pagai datziu. Un’abbilentzia, ’ollu nai, e una boluntadi de scrucullai, in mesu a is arrexinis de sa lingua, in su ch’issa tenit chistiu e allogau, in s’arrichesa cuada, una gana, seu narendi, de circai is fuedhus e is peraulas, sa paraula, de nai e po s’espressai; amustrendi e comprovendi cumenti sa lingua sarda siat prus arrica de cantu no si potzat crei. Postu totu custu, su problema est insandus cussu de s’ispaniamentu de totu custa produssioni de iscritura; e prima ’e totu in sa bia de donai giudu e impellida a s’imprenta editora, balenti e atzuda, chi si ’nd’est atuaendi su carrigu de una faina che a custa. E po segunda cosa si depit donai ispicu a sa sienda imprentadora e editora, iat a tocai a dha isprundiri, a ’ndi donai su bandu (a ’ndi fai sa pubblicidadi s’iat a depi nai italianizandu) po ca potzat alcansai s’iscopu, po ca potzat arribbai a logus e tretus, astesiendusì in cussorgias prus mannas e àmparas in foras de is treminis istrintus de is cufrarias chi, mancai apentadas, funti perou casi cuadas in s’umbra si no asut’ ’e terra. Totu custu iat a donai s’idea de su balori e de cali capassidadi teni sa lingua sarda. Su de ispainai totu custu fintzas in iscola, si liat torra a su chi giai fia nendu deinnanti, a propositu de iscola e de imparu e annestru, e iat a sestai mein sa conca de is piciocus, a su mancu is chi tenint prus dilighesa a dh’intendi, arrexonis prus arrexinadas e cumbintas po un’impreu e unu imparu fungudu de sa lingua.

Ateras arrexonis si podint agatai aintru ’e una leada e cund una medida chi siat abberu plurilingue in s’essentzia. Bollu nai unu plurilinguismu chi no siat impitau scéti comenti e un’aìna pratica e de servitziu po is bisongius prus deretus, comenti, po esempiu, podit essi po su fatu ca in custu mundu est pretzisu a connosci linguas istrangias po ’nci arrennesci a isciri su chi acontessit infora de nosu, po s’infromai de su chi capitat adhia de su strintu nostru natzionali, o po si mantenni acaraus cun is strangius (e si giai est istrinta sa leada natzionali, imagineusì sa regionali!); nossi no est scéti cussu, deu pentzu: no est scéti chistioni de si ponni in contatu cun is atrus de atrus cirrus de su mundu cun iscopu praticu (cosa, custa, chi no ’nci tengu nudha ’e nai, ci at a mancai, andat bèni s’ingresu, chi ’nd’est bessendi de dì in dì su latinu nou de òi, isterridu in totu su mundu; e andat bèni puru calisisiat lingua mancai de foras de s’Europa, bistu chi cun s’infora de Europa eus a tenni contus e chistioni in su benidori innoi acùrtziu). Andat bèni totu custu, ma una pesadìa chi siat plurilingue abberu si podit fintzas fai (si no mi seu atrivendu tropu nendi custu) propriu cun is linguas minoris (minoris aici po nai), cussas propriu de domu, de una domu meinnoi su bilinguismu (est a nai s’impitu de sa lingua prus àmpara natzionali accanta de sa lingua minori regionali) innoi su bilinguismu, seu nendi, est cosa acostumada e fitiana, o mancai innoi su bilinguismu est una cosa imberta e virtuali: innoi sa lingua minori, fintzas si no benit impitada, abarrat e s’istentat asuta de su pillu de sa lingua manna. Un’esercitziu de bortadura de s’italianu a su sardu insandus iat podi èssi sa cosa chi podit atziviri abberu e cun profetu su prus mannu, po agatai su sentidu de s’identidadi, unu fatu de cabbali prus de milli atras cosas o imbentus o predicas. Poita ca s’identidadi no est cosa aici sintzilla comenti de pentzai sa difaréntzia cun su propriu sentidu de is pipius (chi narant: nosu, is Sardus, cumenti seus bellus e balentis, nosu chi seus istesiaus de is atrus, diversus de totus). Nossi, no est aici: s’identidadi est, a su contrariu, su d’acurtziai su chi est atesu, est unu perrogu supriu de is atrus; s’identidadi est a fai parìvile pari cun nosu su chi est allenu, ma manigendidhu a ghetu nostru e assentendidhu in su mundu nosrtu etotu; fendi cambiapari inta culturas e universus difarentis. Un esercitziu che a custu de passai de una lingua a s’atra de pentzai in mesu a duas linguas, un’esercitziu che a custu nos’ iat a podi amustrai cummenti cadauna lingua impreat una manera totu sua po tenni giuntus aintr’ ’e pari is sentidus e is significaus, una manera chi est diversa de una lingua a s’atra. E custu dhu podeus cumprendi pruscatotu candu tocat a espressai significaus, imbentus de menti e sentidus astratus, significaus chi si depint isterriri movendi de difarentis iscrocas concretas; est custu contivizu chi s’atuant su cervedhu e su fuedhu, maniggendi bartzigas e impitendi su suspu e s’iscromba, alleghendi a sbiasciu. Est innoi insandus chi podeus tocai cun is manus, e cun sa conca, cumenti sa diversidadi siat posta faci ’e pari cun s’identidadi, chene de ’nc’essi disamistadi intr’ ’e is dus; est deaici chi si ’nd’acataus cumenti una lingua ­ – cal’est su sardu – chi no est meda acostumada a su fuedhongiu astratu ­ ma scéti poita dh’anti allacanda in su concretu – e chi po tantu no est de su totu disposta a tratai is fuedhus astratus de un atra lingua, dhus podit acansai, custus fuedhus astratus, in domu sua etotu movendi e isterrendi propriu de su concretu cosa sua.

Bèni totu custu, ma beneus imoi a sa chistioni de cust’atobiu de òi, chi est cussa de s’unificatzioni de sa lingua sarda. Apu giai nau in s’isterrida de cust’arrelata, chi sa chistioni de s’aunimentu de sa lingua no est, in su momentu, a parri miu, su problema primargiu. Ma su chi mi seu dimandendi imoi est si custa chistioni si dha depeus ponni cumenti problema in facci ’e su benidori, e si est aici, po cali iscopu e de cali ghetu. Po meda genti su de s’unificatzioni, su de rendi parìvile totu s’iscera de is fuedhadas sardas, parit su problema prus mannu in s’aficu de una sorti diciosa po su sardu. Totu custu a mei, perou, parit prus chi atru su chi si narat unu feticcio, una màriga sbuida de sentidu, una chistioni no bera, no de sustantzia. A mimi totu custu mi parit su reflessu, sa magini torrada incuadas de atras istorias, de istorias de ateras linguas e culturas, nascias e crescias in tempus diversus, in cussorgias diversas e chi ant sighiu camineras diversas. A mei mi parit, totu custu, de si ’nci ’olli sprigai in s’istoria de is natzionis e natzionalidadis europeas modernas: cuss’istoria chi narat chi dogna natzioni depit tenni una lingua sua, e, pruscatotu, una lingua aunada e bona po su manigiu de totu sa natzioni artziendi asuba de totu su mudongiu chi s’agtat de cussorgia in cussorgia. Ma segurus seus chi nosu puru depeus/boleus torrai a fai sa propria esperiéntzia? Segurus ’ndi seus? mancai torrendi a fai is proprias fadhinas de cussus manigius istoricus? (chi, assora, funti stetius su de ’nd’ai bogau de mesu totu is difarentzias, totu is identidadis minoris e totu is sentidus de arrexinamentu e de apartenidura a su logu suu). Fortzis no seus in sa propria posidura chi si ’nci funti assentadas e afortziadas is linguas natzionalis in su passau de s’istoria. Òi seus de su parri chi su de coberai s’identidadi no depat ismenguai su balori de su chi est difarenti. Depeus partiri de s’idea 1) chi sa difarentzia est arrichesa; 2) chi s’imbastimentu, s’assentu e su vocabolariu de su sardu est sempri su propriu po dogna iscera de fuedhahda sarda; e duncas chi 3) su de isciri o de imparai una variedadi de sardu donat àxiu po cumprendi e po allegai fintzas is atras variedadis, 4) chi su chi ammancat a una variedadi dhu podeus agatai ind un’atra, diaici chi una podit crumpiri s’atra, mascamenti po su chi pertocat a su lessicu; e, 5) po acabbai, depeus pentzai chi aunimentu no bollit nai su de torrai totu a unu propriu pari.

A una unificatzioni, a un’ aunimentu, podeus fintza pentzai cumenti aficu e cument’e punna: ma su manigiu e su caminu po dh’acansai no at a podi essi cumandau e impostu de nisciuna autoridadi, ni podit essi cosa bessia de su taulinu de carchi sabiu, po cantu sabiu siat, ma at a podi/depi bessiri in foras (si dhu ’oleus) de sa faina pratica etotu, de sa scritura, de s’arti e de s’imbentu, e de su si fuedhai totu cantus impari is Sardus. E insandus est po cussu chi tocat chi dognunu imparit a primu sa fuedhada de domu e de bidha sua. S’aunimentu de totu su sardu podit essi pentzau cumenti carchi cosa chi no siat tostada e cìrdina, ma modhi invecias, e chi agguantit su mudongiu e indullat a sa difarentzia. Candu su lessicu, is peraulas, is fuedhus de dogna genia de fuedhada ant essi pratzius intra ’e totu cantus, insandus sa diversidadi, is diffarentzias anti a donai pagu strobbu e mancu irfadu; e custu mescamenti si ’ndi abbrandaus totu su chi iscerat tropu unu ghetu de fuedhai de un’atru, su chi est tropu liau a una bidha, a una cussorgia, a unu logu propriu, mannu o piticu chi siat, e si poneus ingrina a imperai cussas cantus variedadis aperperadas (i sub-standard) chi esistint giai.

Aparrat perou una chistioni, e est cussa de sa lingua de s’aministratzioni, in spetzia de s’aministratzioni centrali regionali. A nai su beru una proposta in custu deretu ci fiat giai stetia, imoi carchi annu fait, fut sa proposta de sa LSU (Limba Sarda Unificada). Cust’urtima at tentu, deu creu, prus d’unu meréssidu: si no est atru, su de ponni su problema, de scucullai imbentus arresurtus arrexonaus pruscatotu de sa banda ortografica, e in dogna modu a tentu su meréssidu de ai istérriu su problema e de ’ndi ai sucau sa dibbata e sa chistioni, e fintzas s’iscumbata intr’ ’e pensamentus isceraus, e totu custu ponendi a banda totu sa pelea e is cuntierras chi si ’ndi sunti pesadas a pitzu. Ma scieus fintzas chi custas peleas e cuntierras ’nci funti istetias puru, cun arresurtus de iscussentidura. Scieus chi sa LSU ’nd at pesau me’ is fatus scontrorius in totu su cab’e basciu de s’Isula, po ca est istetia fraigada asuba de is fundadamentas de is fuedhadas de su cab’ ’e susu e ’nd’ at iscancellau casi totu is piessignu campidanesus; e est nódidu puru chi custus scuntrorius ’nci funt istetius fintzas me’ is cussorgias de su centru e de sa band’ ’e susu de Sardinna. Ma puru atras arrexonis ant portau a arrefudai sa LSU (mancai no siant totu arrexonis atuadas): sa prima est chi sa LSU est una lingua fatisca chi no torrat a pari cun nisciuna fuedhada chi s’alleghit, e po custu est dificili a ’nci cunsentiri; po segundu custa LSU, mancai a fuedhus e a prima mirada, lessit logu a totu is fuedhadas naturalis chi si imperant in Sardinna, mein su fattu issa, sa LSU, allacanat custas fuedhadas in su strintu de domu insoru, e in s’impreu praticu scéti: in fatis sa proposta narat chi sa LSU est sa lingua de s’aministratzioni, de sa radiu, de sa televisionis, de s’imprenta, de sa publicidadi: e insandus ita dhi ’nd’abarrat a is fuedhadas beras e naturalis? Nudh’atru chi s’atremenadu, s’istrintu de domu e de bidha o pagu in prus! Aberendi deaici sa bìa a su folclore de custas fuedhadas e torrendi a curri sa propria caminera frassa de atrus tempus.

Insandus sa proposta chi si podit isterri est cussa de una lingua comuna e unificada chi potzat bàlliri perou scéti po s’amministratzioni centrali regionali e scéti in bessida, est a nai chi s’amministratzioni de sa Regioni sarda imprea custa lingua comuna po torrai arrespusta a chinisisiat dha preguntit po calisisiat cosa; ma, po atra banda, sa Regioni podit arreciri e colliri preguntas, mancai uficialis, in calisisiat scera de fuedhada sarda. Totu custu po ca de una banda, posta sa mancantzia de una lingua sarda comuna, sa Regioni no podit arrefutai nisciuna variedadi de sardu, de s’atera banda po ca non si podit pentzai chi sa Regioni etotu iscriat o alleghit in centu ghetus difarentis a segundu de s’impreau chi s’agatit, borta po borta, a respundi a sa genti, (in logudoresu si s’agatat un impreau logudoresu, in castedhaiu si s’agatat un’impreau castedhaiu), ne si podit pentzai chi si depat andai a circai una ’orta un’impreau chi respundat, aici po nai, in mamojadinu a is mamojadinus, un’atra ’orta a circai un impreau chi scipia su sedhoresu po arrispundi in sedhoresu a is sedhoresus, e un’atra ancora un’atru chi scriat in tempiesu a is tempiesus.

Scéti in custu sentidu e in intru de custus treminis e abisongiu si podit e si depit pentzai e agatai unu sardu comunu, a su mancu po imoi. E cali tipizu de lingua s’iat a depi scucullai e scioberai po cust’iscopu? Depeus torrai a fai is proprias fadhinas de ariseu? Depeus imbentai torra una lingua fatisca de taulinu, chi mancai ’ndi fatzat intrai carchi piessignu in prus de is fuedhadas de Campidanu? S’est giai bistu chi su fatiscu no est agradéssiu e no praxit meda, antzis no praxit propriu po nudha: e insandus si depit andai abbia de una lingua bera e fuedhada deabberu. Sa proposta est cussa de una lingua de Mesania, est a nai de sa lingua de sa leada de mesu de Sardinna, de cussa leada chi est posta in mesu a is fuedhadas campidanesas e de is fuedhadas logudoresas-nuoresas, e chi tenit piessignos de giossu e piessignos de susu, chi s’est isvilupada pighendisì una bisura de una variedadi chi intreverat ghetus de cab’ ’e susu e maneras de cab’ ’e basciu. Mi parit una proposta arrexonada custa. Primu poita c’allacanat s’impreu de sa lingua comuna a s’impitu e a su manigiu amministrativu scéti e lassat a totu cantus totu sa libertadi de fuedhai cumenti ’olint, cumenti agradessint e cumenti funti acostumaus; su de dus, poita ca est una lingua bera e no fatisca, una lingua chi est fuedhada a beru de genti bera in una o in unas cantus bidhas beras, innoi dha podeus atobiai, averiguai e iscumbatai. Mancai ’ndi dh’eus a podi bogai is piessignus (scéti calincunu) chi dha faint parri comenti tropu marcada e tropu istesiada de is atras fuedhadas, cussus piessignus chi dhi donant su sainete de unu logu tropu atremenau e cungiau; ma su fundamentu e su fundoriu, in dogna modu, depit essi e abarrai cussu.

Su profetu de custu iscéberu est cussu de donai una risposta a s’amministarzioni chi abisongiat, cumenti eus nau, de una variedadi de imperai cument’e lingua comuna; e un’amministratzioni chi alleghit in sardu est unu singiali bonu po is Sardus, e prus ancora si s’impitu de custa lingua comuna no benit intesu cumenti chi sa Regioni bollat fai pratzebbas po s’una o po s’atera banda de Sardinna; e in prus si podit cumentzai, partendi propriu de innoi, de sa lingua ’e Mesania, a isperimentai s’aunimentu de sa scritura e de s’impreu comunu puru, fintzas in foras de s’allega aministrativa. Est partendi de innoi chi s’iat a podi provai a manigiai una lingua comuna, cussiderandidha che una móvida; partendi de innoi podeus aciuntai a sa lingua comuna de sa Mesania cosas e trastus chi bengiant de dogna atru logu de Sardinna: bollu nai chi su scrusoxu linguisticu de totu su sardu podit essi aperperau a caustu fundamentu de lingua comuna chene de depi cunsiderai cust’urtima che unu deu chi no si potzat tocai, candu chi invecias andat pentzada scéti che un’isterrida; mancai podeus sighiri a dhi ’ndi ’ogai su ch’issa tenit che tropu marcau cumenti tropu cosa sua, e intreghendidhi piessignus allenus de totu is ghetus de dogna logu de s’Isula. Po isperimentu perou, no po obrigu! Custa ligua de Mesania podit essi unu puntu e unu logu innoi potzat torrai apari totu sa prenda de su mudongiu linguisticu sardu, podit essi cumenti un’aina de iscumbata e de averguamentu, chi fetzat indulli tutu su cirdinu de dogna campanili, ma chene iscancellai su chi dogna campanili tenit de bonu e podit inditai a totu is atrus, ponendusì faci a pari cun totus.

Po concruiri m’iat a praxi a nai chi propriu is chi sunt contra sa lingua sarda, o is chi mancai ’ndi tenint istima ma no creint meda in s’arrennesciu suu, bogant a campu s’arreghescia chi su sardu no tenit unidadi linguistica apitzu ’e su mudongiu suu e chi propriu po custu no potzat callai e no si potzat imponni che una lingua bera e assentada, mentris chi funt propriu is istimadoris prus apentaus a su sardu is chi, meda bortas, arrefudant s’aunimentu de sa lingua, e chi mancu ’ndi bollint intendi de lingua comuna. Est a custu chi bisongiat pentzai bèni, innantis de sighiri: bisongiat pentzai chi is chi imperant su sardu de manera afatanti faint prus arrempellu a scioberai una lingua comuna, mentris chi is chi funti pagu afainaus e pistichingiosus in s’impitu de sa lngua, si ponint a arrexonai partendi dae su mogliu de is linguas mannas chi deddiora ant tentu s’aunimentu insoru. Aici nendi bollu intendi, chi, postu totu custu, s’unificatzioni, s’aunimentu podit essi prusaprestu un’incrina, una punna, ma no depit essi ni un’obbrigu ni un’apretu.

Discussione su PSI – NENCINI: NESSUNO ERA OBBLIGATO AL SILENZIO16/03/2010 NENCINI: NON VERSIAMO NEPPURE UNA LACRIMA

 

Citazione

PSI – NENCINI: NESSUNO ERA OBBLIGATO AL SILENZIO16/03/2010 NENCINI: NON VERSIAMO NEPPURE UNA LACRIMA

NEWS 

PAR CONDICIO. NENCINI: NESSUNO ERA OBBLIGATO AL SILENZIO16/03/2010 – “I socialisti non si strapperanno i capelli per l’assenza di Ballarò e Anno Zero dalla programmazione della Rai nel periodo preelettorale”.E’ quanto afferma il segretario del Psi, Riccardo Nencini.“Certamente è un peccato, ma era anche impensabileche il servizio pubblico potesse ignorare le regole della par condicio. Il regolamento voluto da Beltrandi e dalla vigilanza, non obbligava nessuno al silenzio, ma solo al rispetto della legge, almeno a ridosso del voto. Il bene primario da preservare per la Tv pubblica non è infatti quello dell’audience e della vendita di pubblicità, – conclude Nencini – ma il rispetto del diritto dei cittadini al pluralismo e alla completezza dell’informazione”.

PAR CONDICIO. NENCINI: NON VERSIAMO NEPPURE UNA LACRIMA15/03/2010 – “Per la conferma della sospensione dei talk show, i socialisti non versano neppure una lacrima”.E’ il commento di Riccardo Nencini, segretario nazionale del Psi.“Ci rammarichiamo – continua Nencini – per la riduzione degli spazi di informazione, ma d’altra parte nessun socialista è mai comparso ad Anno Zero e, dal 2007, neppure a Ballarò. Cancellati per decisione, si spera autonoma, dei conduttori. Le trasmissioni di Santoro, Floris, e di tutti gli altri,- osserva Nencini – potevano proseguire sulla televisione pubblica, nel rispetto del regolamento. Bastava che assicurassero una presenza, anche minima, a tutti i giocatori in campo, ma evidentemente si voleva proseguire nel solito andazzo. Per questo dunque, – conclude il leader socialista – non possiamo dispiacercene”.

Vincenzo Porru e la lingua sarda: “Dall’analisi filologica alla necessità di una sua più ampia valorizzazione”

Villanovafranca, Museo Civico, 24 maggio 2008, h.
17,00.

 

maurizio virdis

 

Su de avvalorai
sa lingua (sa lingua sarda po su chi s’interessat a nosu) est sempri una
pregunta chi dognunu si ponit e chi est diffìcli a dhi donai una respusta, una
sceda precisa. Si narat medas bortas chi sa lingua est s’identidadi de unu pòpulu,
de una natzioni, de una cultura. Eja, podit andai beni puru: perou toccat a pentzai
cun cuntivìggiu  bonu itta bolit nai
custu binòmiu ‘lingua – identdadi’. Giai sa paràula e su cuncettu de identidadi
est carchi cosa chi no est fàcili a definiri, ca s’identidadi no est una cosa
tèttera e cìrdina, ma imbècias est una cosa prus modhitza, est carchi cosa chi
càmbiat e chi s’indullit a dogna situatzioni chi mudat, est carchi cosa chi si
fràigat dì appusti dì, e chi andat fraigada arregollendi materiali de manera
chi mudant is tempus, is pensus, s’istoria: s’identidadi est prus su fràigu de
sa domu chi no sa domu giai fraigada, est s’istòria de nosu (de nosu cummenti
personas singularis e cummenti soggettu collettivu) est s’istòria, nau, chi si
contaus a nosu etottu, circhendinci unu sentidu e unu balori, unu significau: cun
sa punna de dh’interpretai custa istòria.

Si est aicci
toccat a pensai fendu a proas. Est deddiora immoi su tempus candu si pensàt de
manera deretta e sintzilla chi s’dentidadi de una natzioni fessit arrimada
pruscatottu in sa lingua sua; ma immoi scieus puru chi cust’idea est issa
etottu una costrutzioni istòrica chi s’est cumintzada a fai a metadi de su
Settixentus e chi s’est affortziada in s’Ottixentus e in sa prima parti de so
Noixentus. Ma innanti no fiat stèttiu aicci, no in su mediuevu, no in s’edadi
de su Rinascimentu e in su Sescentus. Sa lingua cummenti identidadi no est unu
fattu chi si potzat nai ‘metafìsicu’ o ‘apodìtticu’, ma est stèttiu unu scèberu
culturali de s’istòria, e de s’istòria de sa modernidadi, accappiada strinta a
cussu fattu chi si narat laicizazioni de sa cultura, sa lingua cummenti
identidadi, in tottu custu, at pigau meda de su logu chi innanti teniat sa
religioni, sa devotzioni a su santu de sa bidha o de su rennu, s’est posta in
su logu innoi innanti ’nci fiat sa fidelidadi a su rei o a su sennori feudali.

Nadu custu, no
est chi deu bolla nai chi sa lingua no est de importu meda po sa chistioni de
s’identidadi, ma toccat a dha pentzai cun sentidu de oi, de una modenidadi prus
modhi, post-moderna s’iat podi nai puru. Sinono s’arriscu est cussu de fai de
sa lingua una pandela sbuida, mancai a colori spramau ma chene sustàntzia bera,
casi casi su chi s’iat nai unu ‘fetìccio’. E d’àttera banda scieus e beni puru chi
dhoi at pòpulos chi tenint sa lingua insoru, chi ’ndi tenint appentu meda e no ’nci
ollint renuntziai, perou chi dha maniggiant che unu trasti antigu e bellu, ma
arrimau scarèsciu ind unu furrungoni de domu, una lingua chi infinis e in
fattus no imperant e no chistionant prus; e dhoi at puru gentis chi fuedhant
una lingua, unu dialettu, unu linguaggiu tottu suu, ma chi no si ponint
nemmancu peruna chistioni o problema de identidadi: aicci est e aicci sighint.

Sa lingua no
deppit e no podit essi unu fattu meru de differentziatzioni, una manera e una
pandela po essi a dogna costu diversus de is attrus: iat essi una tontesa o una
simpresa de pippius. E insandus provaus a dhas circai is arrexonis po deppi
avvalorai sa lingua sarda. Prima ’e tottu creu chi custas arrexonis siant
postas in sa semàntica tenta in consideru e in sentidu prenu e crompiu.
Infattis dogna lingua pratzit s’univesu e su continuum de tottu su chi
podit essi significau (l’univeso del significabile) a manera sua pròpia
e a gèniu suu, chene currispondèntzia cun nisciuna attra lingua. No est cosa de
pagu custa, mancai no pargiat de manera deretta. Infattis custa pratzidura a
gèniu suu de su significabili, de s’universu de su significau bolit nai una
mirada pròpia appitzu ’e su mundu, un’attra manera de dhu scumponni e de dhu
torrai a cumponni su mundu, un’attra manera de dhu maneggiai e de dhu tenni a
contu suu. Unu mundu chi s’acciungit a un’attru ponendisì a su costau de issu
chene dhu fai sparessi. Scieus tottus cali difficurtadi ’nci siat a furriai paraulas
o allegas de una lingua a un’attra, scieus tottus chi dogna traduttori est unu
traidori; scieus chi unu fuedhu no sempri tenit s’uguali currispundenti giustu
giustu ind un’attra lingua. Ma custa traitoria podit essi bortada in fattu bonu
e positivu si scieus is duas linguas ambuduas; sa traitoria dhoi at scetti si
no connosceus sa lingua de aundi s’est tradusendi ma scetti cussa de sa
tradutzioni e si si fidaus de su tradusidori/traidori. E scieus beni fintzas chi
sa scera de is sinonimus de una lingua no s’aggualat a sa scera de un’attra
lingua e chi dogna lingua tenit su contu suu de isceras e mancai de is
ischissuras de sinonimus cosa sua. Insandus, maniggendi duas linguas, est
cummenti de ai trassau andalas diversas in sa pròpia cussòrgia: sa cussòrgia
est sempiri cudha, ma passendinci po andalas diversas, podeus biri e si podeus
accattai de cosas diversas chi in àtteru modu no iaus a biri.

E tottu custu
chene contai de is imprentas vocalis pròpias e pretzipas de una lingua, is
arretumbus chi ’nci funti aintru sonus e significaus e de tottu is giogus chi
si podint fai imperendi custas corrispondèntzias. E chene contai ancora s’architettura
morfològica pròpria de una lingua.

Creu chi custa
siat s’arrexoni principali de si deppi pigai incuru e pedinu de una lingua
menatzada de sparessi, de dha deppi cussiderai una sienda culturali de cabbali,
e mannu puru.

 

Ma toccat a bi
puru itta di olleus fai de una lingua. A nai scetti de dh’olli sarvai bolit nai
pagu, ancora. A dha sarvai poitta?, po ’ndi fai itta? Is arrespustas chi si
podint torrai a custas dimandas podint essi prus de una. ’Nci podit essi chini
dh’iat bolli posta a su pròpriu pari de is linguas prus mannas e de importu
prus antigu e isperimentau, litterariu, a su pròpriu pari de una lingua ufficiali;
e a dha imperai po dogna bisongiu chi una lingua potzat cuberri, ca scetti
deaicci sa lingua podit mattuccai. Ma ’nci podit essi puru chini dha ollit
cunservai scetti po s’aregodu de unu tempus passau chi si bolit sighiri a
mantenni, insomma chini dha bolit po mantenni relatzionis mancai de medida
pitticca, ma chi, in su pròpiu tempus, stringint alliòngius importantis de
amighèntzia, de istima e de affettu, de solidariedadi aintru de una comuna, de
una bidha, de una cussòrgia. Nadu de manera prus sapia, is chi pensant aicci
iant bolli abarrai in sa chi si narat situatzioni de ‘diglossia’, innoi linguas
e codixis linguisticus diversus serbint po funtzionis diversas, una lingua est
sa lingua ufficiali e pròpia de materias prus artas e imparadas, e s’attra lingua
est sa lingua familairi: e est custu chi interessat pruscatottu a chi pensat
deaicci, ca po issu sa sardidadi est totta in sa familiaridadi e in sa
familiaridadi scetti s’arreconnoscit comment’e sardu, e si s’islàccanat de
ingunis sa sardidadi e sa lingua sarda no est prus issa, e duncas no
dh’interessat prus.

No bollu nai
nudha appitzu de custu, dognunu de custus scioberus podint tenni sensu e
arrexoni, si dhus pigaus po sei e po su chi funti. Funti ambuduas ideas e
assentus de pensai ambus lìcitus e leggìttimus e chi tenint derettu de ’nci
essi e d’esìstiri. E mancai s’iat deppi porrogai sa popolatzioni po sciri cali
cosa siat sa chi po issa andit mellus, e duncas cali polìtica culturali e
linguìstica s’iat deppi isterri e sighiri.

Si deppu nai
su pensamentu miu perou, deu m’ia ponni a mesu trettu de custus assentus. Sa
lingua prima ’e totu andat fuedhada, e fuedhada a fittianu, deppit essi su
mèdiu d’espressai sa vida, is sentidus, su coru e s’arrexonu de dogna dì, de
s’esitèntzia sintzilla e pràtica: ca sinono sa lingua abarrat una cosa allena e
istesiada. Ma custu, a contu miu, no podit abbastai, poitta ca a dha lassasi
deaicci iscappa sa lingua, issa si ’nci andat affainu chene càstiu e chene
contivìggiu. De custa manera sa lingua iat abarrai parada a s’arriscu de
ammesturai su binu suu cun acqua allena, de perdi su chi est su pertzipu suu;
cumintzendu de cussu fenòmenu chi seus biendi oi in dì e chie est cussu de sa
‘rilessificatzioni’: est a nai cussu fenòmenu de portai inintru de sa sienda
lessicali sarda  peràulas e espessadas
pari pari de s’italianu. No seu nendi chi bisòngiat essi ‘puristas’, ma si
s’arrexoni principali de chistiri e agguardai una lingua est cussa chi appu
giai nau innanti, cussa de sa pratzidura ispeciali de is significaus in s’ispàtziu
mannu ma chene fromma de su chi podit essi significau, insandus su de parai
troppu sa lingua a fronti de su chi dh’est allenu, iat podi bolli nai de arrui
in s’arriscu de dhi fai perdi custa propiedadi sua e de s’agattai nosus istràngius,
mancai fuedhendi sa lingua nostra, e intregaus a unu mundu de pensamentu allenu.
 No bisòngiat a tenni nisciunu ispantu e
nisciuna timoria a si cuffrontai cun attras linguas e a ’ndi pigai su chi nos’abbisòngiat:
ma custu andat fattu cun spìritu de autonomia e de cuscèntzia de su chi seus
fendi; e si si ’ndi pigaus fuedhus de attras linguas si ’ndi deppeus sappiri de
su chi seus fendi, e dhus deppeus assentai custus fuedhus istrangius in su logu
affattenti poitta ca scieus chi est pretzisu a dhus pigai a imprestitu; ma
custus imprestitus e no deppint essi mai una mera cuncambia chi ’ndi bogat sa
paràula sarda e ’nci ponit s’istràngia in logu de cussa, chi diaicci custa
paràula sarda andat iscarescia e dha perdeus, perdendi un’arroghedhedhu de
s’universu nostru.

E insandus,
nadu custu, deu creu chi bisongiat a tenni appentu a sa lingua e a si ’ndi
pigai incuru po dha mantenni biva e sìnchera. E is maneras podint essi medas. De cudhas
prus sappìas e dottas a cudhas prus de giogu o de impreu comuni e fittianu. Su
chi est a nai a dhi donai visibilidadi in prus de unu logu e in campuras medas;
est a nai a dhi cresci is occasionis de impreu e de dhi ammanniai is campuras
de impreu prus de cudhas chi tenit e chi at tentu fintzas a immoi.
Deu
creu ancora chi assimas ind una situatzioni cali est sa nostra, ind una
situatzioni meinnoi su Sardu est perdendusì e no benit prus impreau, mascamenti
intra de is generatzionis giòvunas, ind una situatzioni innoi mein is famìlias
no s’intendit prus su bisòngiu de imparai su Sardu a is fillus, de dhus pesai
fintzas in lingua sarda e no scetti italiana (su chi est su perìgulu e sa
minetza prus manna), deu creu, ind una situazioni che a custa, chi bisòngiat
suppriri su chi diat pertoccai a is famìlias cun mèdius diversus e cun attru
amparu. Bollu nai chi, postu cumment’est oi, est diffìcili fintzas de pensai de
mantenni sa chi innanti appu tzerriau situatzioni de diglossia cun su Sardu
reduidu e arrenconau commenti lingua familiari, bistu chi is famìlias funti
prop’issas chi no dhu bolint su Sardu e no parit chi ’ndi abbisongint e ’nci
dhu fuliant fintzas de su furrungoni innoi est stèttiu accorrau.

 

E insandus su
strùmbulu deppit nasci in atterui: e custu atterui deppit essi s’iscola, is
mèdius de comunicatzioni massiva, s’amministratzioni, sa polìtica. Si is
famìlias scabudant su Sardu poitta ca, po rexonis chi scieus beni e chi no est
s’ora de torrai a nai immoi e innoi, poitta ca s’intregant e funti intregadas a
mollus de vida e de cultura innoi una lingua de minoria podit tenni pagu o
nudha logu, insandus bisòngiat a pensai e a sestai mollus chi potzant aciviri po
s’iscopu de abbolarai sa lingua, de dha fai intendi cumenti fattu de importu e
chi merescit consideru: giornalis o televisionis chi fuedhint in Sardu, una
polìtica chi imperit su Sardu po s’inderettai a is cittadinus,
un’amministratzioni chi amustrit su Sardu cumenti mèdiu suu, un’iscola chi fetzat
sappìus is iscientis de s’esistèntzia istòrica e culturali de su Sardu: funti
tottu cosas custas de accivu po mudai su cunsideru appitzu de sa lingua; funti
sinnalis e simbulus chi podint fai sappìa sa genti de s’importantzia e de su
balori cuadu de sa lingua. Ma no at a bastai: bisòngiat creai su chi si podit
tzerriai un immginariu de fintzioni (de fiction) chi alleghit in Sardu,
ma chi alleghit de sa vida de oi, moderna, mancai de sa vida no sarda ma in
Sardu: e bastat cun su passau, cun is bandidus imbertus e cun is brebeis scardacilladas,
e cun is mammas sempri prangendi e cun s’ustinu malu sempiri in fattu craccaxendusì!
Basta cun su de tenni su Sardu e sa sardidadi alliongiada cun s’antigòriu! Sa
lingua sarda no deppit fuedhai scetti de Sardus e de Sardinna, deppit podi
fuedhai su mundu a su mundu, sinnuncas no ’nd’eus a bessiri in foras. Una
lingua sarda chi fuedhit e presentit mollus de vida e de pensamentu chi praxint
e chi intrant e s’adderettant a s’immaginatzioni moderna, ponit s’intzimia a sa
genti po dh’appretzai, po dhi donai istima, appentu e contiviggiu. E diaicci
mancai is famìlias torrant a dh’imparai a is fillus.